"Il Marchese di Roccaverdina", il romanzo più famoso di Luigi Capuana fu ispirato alla vita sentimentale dell'autore: infatti, dal 1875 al 1892 Capuana ebbe una relazione con Giuseppina, una giovane domestica; dalla loro relazione nacquero diversi figli, tutti alloggiati all'ospizio dei trovatelli.
Poi fu lo stesso Capuano a sistemare Giuseppina con un matrimonio di convenienza.
A questa donna, Capuana indirizzò diverse lettere d'amore in dialetto.
Nell'episodio autobiografico di Capuana si rispecchia lo scenario sociale cupo e drammatico che è il naturale orizzonte di tanta narrativa siciliana dell'epoca del Verismo, uno scenario di ardenti passioni e penosi segreti, di grida del cuore e di silenzi; inoltre vi è racchiusa la traccia della vicenda del romanzo.
"Il Marchese di Roccaverdina" venne pubblicato vent'anni più tardi dei "I Malavoglia" e conclude l'esperienza della narrativa verista; il romanzo di Capuana è per molti aspetti il romanzo-tipo del Verismo ma in esso confluiscono anche elementi del romanzo psicologico.
Una delle ambizioni più evidenti di Capuana era quella di far coesistere il modello del romanzo naturalistico con inserti di moderna e tormentata psicologia.
Il punto di partenza del romanzo è di stampo veristico-naturalista: la Sicilia fosca ed immobile, con i solitari paesaggi, le campagne arse solcate da aride e sassose mulattiere, i palazzi padronali alteri, una società divisa rigidamente in ceti segnati da destini incomunicanti, la rassegnazione silenziosa dei poveri, fa da sfondo per tutta la prima parte del romanzo.
Ecco come si presenta Agrippina, la ragazza di cui il marchese ha fatto un'amante sottomessa e fedele: "Vestita a lutto, avviluppata nell'ampia mantellina di panno nero che le copriva la fonte, lasciando scorgere, tra le falde tenute strette con le due mani sul mento, appena gli occhi, il naso, la bocca."
Il nero di cui è avvolta suggerisce il senso di una tragedia tacita e antica (del resto, sul finale, compare la pazzia), il cui unico compenso è la dedizione assoluta dell'offerta d'amore.
Il marchese, quando se ne deve liberare, la dà in sposa ad un suo fido fattore, ma impone una condizione inumana: dovranno vivere in castità.
Quando sospetta che il giuramento sia stato infranto, il marchese uccide il marito e lascia che del delitto sia accusato un innocente.
A quel punto, nel romanzo inizia la virata psicologica, il flusso di coscienza e il rimorso che perseguitano il marchese.
Le luci del dramma si spostano dallo scenario arcaico della Sicilia agrario-feudale al travaglio di un'anima che corre verso la dannazione; al quadro sociale, si sostituisce la psicologia del rimorso.
Negatagli l'assoluzione del confessore, il marchese prima cerca conforto nello spiritismo (Nota di Lunaria: e purtroppo Capuana qui non sviluppa, come avrebbe potuto, una vena gotica-spettrale che avrebbe reso il romanzo più cupo) e poi attraverso il matrimonio, un nuovo status, ma è tutto inutile; e qui inizia la terza fase del romanzo, dove a poco a poco fa capolino l'ombra della follia, mitigata in parte dalla ricomparsa di Agrippina, che non più "donna che infiamma la lussuria", ma donna di pietà che assiste, misericordiosa, il marchese ormai preda del delirio.
Agrippina, sacerdotessa della pietà, che "bacia e ribacia quelle mani quasi inerte, che avevano ammazzato per gelosia di lei... grata e orgogliosa di essere stata amata fino a quel punto dal marchese di Roccaverdina", alla fine trascinata via, e, ancora una volta, rassegnata a quel che il destino aveva scelto per lei, sempre fedele fino all'abnegazione più totale, all'uomo che prima si era incapricciato di lei, poi l'aveva data via.
"Uscì fuori, oltre la cinta degli eucalipti, su la linea dei seminati che già incominciavano a ingiallire. Mai egli non aveva visto tale meraviglioso spettacolo di sano rigoglio. Le spighe si piegavano in cima dei pedali del grano così alti da nascondere un uomo a cavallo che si fosse inoltrato in mezzo ad essi; e i seminati si stendevano a perdita d'occhio, da ogni parte della pianura, ondeggiando dolcemente fino a piè delle colline attorno a Ràbbato. Là i vigneti nereggiavano in grandi scacchi, col fitto fogliame, e gli ulivi arrampicati per l'erta, macchinosi, protendevano i rami in basso quasi volessero toccare il terreno. Ma quelle vigne ch'egli sapeva cariche di piccoli grappoli che tra qualche mese si sarebbero ingrossati e anneriti o ambrati sotto il benefico calore del sole; ma quegli uliveti che, avuta una felicissima fioritura, erano già onusti di frutti inverdicanti lietamente per la maturazione, non gli producevano, quel giorno, nessuna impressione di gioia; quasi vigne ed uliveti non avessero poi dovuto dar lavoro alle macine, agli strettoi, ai pigiatoi, e riempire i coppi e le botti. Perché questo scorato presentimento? Non sapeva spiegarselo."
Ovviamente rivendicato con... https://www.youtube.com/watch?v=mGSTGwcGono


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