"Il Divoratore di Spettri"

 

I

Follia? Un eccesso di febbre? Vorrei poterlo credere, ma quando mi ritrovo solo dopo il calar del sole nei luoghi deserti dove mi conducono i miei vagabondaggi e odo, attraverso gli spazi sconfinati, gli echi demoniaci di quei ringhi bestiali, di quelle urla e del rumore d'ossa frantumate, rabbrividisco ancora al ricordo della notte maledetta. All'epoca conoscevo molto poco la vita nei boschi, sebbene già allora esercitasse su di me una forte attrattiva. Fino a quella notte avevo sempre preso la precauzione di servirmi d'una guida, ma all'improvviso le circostanze mi costrinsero a mettere alla prova la mia abilità personale. Era mezza estate nel Maine, e, nonostante avessi urgente bisogno di recarmi da Mayfair a Glendale entro mezzogiorno della giornata seguente, non riuscii a trovare una sola persona disposta ad accompagnarmi.

A meno che non prendessi la strada che passava per Potowisset, e in tal caso non sarei giunto in tempo a destinazione, avrei dovuto attraversare fitte foreste; ma quando chiesi una guida incontrai dinieghi e risposte evasive. Sebbene fossi uno straniero, mi sembrava strano che tutti avessero una scusa pronta. Quel villaggio era troppo tranquillo per avere così tanti "affari importanti" e capii che gli abitanti mi mentivano. Tutti avevano "impegni urgenti" o affermavano di averne; e non fecero altro che assicurarmi che la pista attraverso i boschi era molto agevole, correva dritta verso nord, e non avrebbe presentato alcuna difficoltà per un giovanotto sano e robusto come me. Se fossi partito la mattina di buon'ora, aggiunsero, avrei potuto raggiungere Glendale sul far del tramonto, evitando di passare una notte all'aperto.

Anche allora non sospettai nulla.

La prospettiva mi sembrava accettabile e quindi presi la decisione di provarci da solo, lasciando i pigri abitanti del villaggio ai loro affari. Probabilmente ci avrei provato lo stesso, anche se avessi sospettato qualcosa: i giovani sono caparbi, e fin dall'infanzia mi ero sempre fatto beffe delle superstizioni e delle storie delle vecchie comari.

Così, prima del levar del sole, ero già in cammino fra gli alberi, di buon passo, la colazione in mano, la fedele automatica in tasca e la cintura imbottita di fruscianti banconote di grosso taglio. Stando alla distanza che mi era stata indicata e sapendo quanto velocemente potevo camminare, avevo calcolato di giungere a Glendale subito dopo il tramonto; ma ero consapevole che, anche se avessi dovuto passare la notte all'aperto a causa di qualche errore di calcolo, avrei potuto fare affidamento sulla mia esperienza di esperto campeggiatore. Inoltre mi bastava giungere a destinazione entro il mezzogiorno seguente.

Ma fu il tempo a mandare a monte i miei progetti.

Quando il sole salì alto nel cielo, scottava anche attraverso il folto fogliame e a ogni passo bruciava le mie energie. A mezzogiorno avevo già gli abiti inzuppati di sudore e a dispetto di tutta la mia determinazione cominciavo a esitare. Man mano che mi addentravo più profondamente nel bosco, vidi che il sentiero era sempre più ostruito dalla vegetazione e che in certi punti questa lo aveva cancellato completamente. Dovevano essere settimane, forse mesi, che nessuno passava da quelle parti; e cominciai a dubitare di riuscire ad attenermi al programma stabilito. Quando ebbi fame, cercai l'angolo più ombroso che riuscissi a trovare e cominciai a divorare il pranzo che mi ero fatto preparare in albergo: alcuni panini insipidi, una fetta di torta stantia e una bottiglia di vino leggero; indubbiamente, un pasto tutt'altro che sontuoso, ma pur sempre ben accetto a chi si fosse trovato nel mio stato di sfinimento da caldo.

Con quell'afa non mi avrebbe dato soddisfazione neanche fumare, così evitai di tirare fuori la pipa.

Dopo aver finito di mangiare mi distesi sotto gli alberi, deciso a riposarmi un poco prima d'intraprendere l'ultima tappa del viaggio. Suppongo d'esser stato sciocco a bere quel vino, perché, sebbene leggero, si dimostrò abbastanza forte da completare l'opera che quella giornata torrida e opprimente aveva iniziato. La mia tabella di marcia mi consentiva soltanto un sonnellino, ma non avevo neanche fatto in tempo a fare uno sbadiglio premonitore che già dormivo come un sasso.


II

Quando riaprii gli occhi, le ombre del crepuscolo si addensavano intorno a me. Il vento, accarezzandomi le guance, mi ridestò del tutto quando guardai il cielo vidi con apprensione che s'era ammassata una compatta muraglia di nubi nere, e che l'oscurità era foriera d'un violento temporale. Mi resi conto che non sarei riuscito a raggiungere Glendale prima del mattino seguente, ma la prospettiva di una notte fra i boschi - la mia prima notte di solitario campeggio nella foresta - m'appariva molto sgradevole in quella precaria situazione. Decisi immediatamente di proseguire ancora un poco, sperando di trovare un riparo prima che si scatenasse il temporale. L'oscurità coprì i boschi come una coltre pesante. Le nubi, basse, andavano facendosi sempre più minacciose e il vento, rinforzato, soffiava ormai a raffiche violente. Il bagliore di un lampo lontano illuminò il cielo, seguito da un rombo di malaugurio che presagiva avvenimenti spiacevoli. Poi una goccia di pioggia cadde sulla mia mano protesa e, sebbene continuassi ad avanzare meccanicamente, m'ero rassegnato all'inevitabile. Un istante dopo intravvidi la luce d'una finestra attraverso i tronchi degli alberi e il buio. Desideroso di trovare un riparo, mi affrettai verso di essa… Avesse voluto il cielo che voltassi le spalle e ne fuggissi lontano! C'era una sorta di radura irregolare, all'estremità più lontana della quale sorgeva un edificio, la parte posteriore rivolta verso la foresta primordiale. M'ero aspettato di vedere una baracca o una capanna di tronchi d'albero, ma poco dopo mi fermai stupito quando scorsi una linda e graziosa casetta a due piani; stando alla sua architettura non doveva avere più di una settantina d'anni, ma era in condizioni che testimoniavano le cure più attente e civili. Attraverso i vetri a pannelli d'una finestra del pianterreno brillava una forte luce, e verso di essa - spronato da un'altra goccia di pioggia - affrettai i miei passi lungo la radura. Poi, dopo aver salito alcuni scalini, bussai vigorosamente alla porta. Con sorprendente prontezza rispose una voce profonda e piacevole e proferì una sola parola: "Avanti!" Spingendo la porta, che non era chiusa a chiave, entrai in un corridoio ombroso in cui da una porta aperta sulla destra filtrava un po' di luce. Al di là della porta c'era una stanza tappezzata di libri, la stessa che avevo visto attraverso la finestra.

Quando ebbi richiuso la porta d'ingresso alle mie palle, notai che nella casa aleggiava uno strano odore: debole, vago, indefinibile, mi faceva pensare in qualche modo a un afrore animale. Mi dissi che il mio ospite doveva essere un cacciatore o un trapper dedito alla cattura di animali da pelliccia e che evidentemente lavorava in casa.

L'uomo che aveva parlato sedeva in un'ampia poltrona accanto a un tavolo centrale dal ripiano di marmo; una lunga vestaglia grigia avvolgeva il suo corpo snello. La luce d'una potente lampada Argand ne metteva in risalto i lineamenti, e mentre mi guardava con curiosità lo studiai con altrettanta attenzione. Era straordinariamente bello: il viso sottile e ben rasato; i capelli lucenti d'un biondo chiarissimo spazzolati con cura; lunghe sopracciglia regolari unite in un angolo obliquo sopra il naso; orecchi ben fatti dall'attaccatura bassa e piuttosto arretrata rispetto al volto, grandi e intensi occhi grigi vivaci e luminosi. Quando sorrise per darmi il benvenuto scoprì una splendida chiostra di denti candidi e robusti, e nell'indicarmi una poltrona agitò una mano delicata dalle lunghe dita affusolate, le cui unghie rosee a forma di mandorla erano leggermente curve e curate in modo squisito. Non potei fare a meno di domandarmi come mai un uomo dall'aspetto tanto attraente avesse scelto una vita da recluso.

"Mi spiace disturbarvi", azzardai, "ma ormai ho rinunciato alla speranza di raggiungere Glendale prima di domattina, e sta per scoppiare un temporale. Per questo ho cercato un rifugio."

Quasi a conferma delle mie parole, in quell'istante brillò un lampo abbagliante seguito dal tuono, e il primo rovescio d'una pioggia torrenziale si abbatté contro i vetri della finestra.

Il mio ospite pareva indifferente agli elementi scatenati, e nel rispondermi mi rivolse un altro sorriso.

La sua voce era gradevole e ben modulata, lo sguardo infondeva una calma quasi ipnotica.

"Lei è il benvenuto. Le offrirò tutta l'ospitalità che posso ma temo non sarà gran cosa. Sono invalido a una gamba, quindi dovrà arrangiarsi da sé. Se ha fame, in cucina troverà abbondanza di cibo ma non un servizio inappuntabile!"

Mi parve di cogliere un lievissimo accento straniero nel tono di voce, tuttavia si esprimeva fluentemente e con proprietà di linguaggio.

Quando si alzò notai che era di statura impressionante; si diresse alla porta con lunghi passi claudicanti e solo allora feci caso alle enormi braccia villose che gli pendevano sui fianchi in evidente contrasto con le mani delicate.

"Venga", disse. "Prenda la lampada. Starò comodissimo anche in cucina."

Lo seguii nel corridoio e nella stanza dirimpetto e, dietro sua indicazione, saccheggiai la catasta di legna nell'angolo e il grande armadio a muro. Qualche minuto dopo, mentre il fuoco scoppiettava allegramente, gli chiesi se dovessi apparecchiare per due, ma lui rifiutò cortesemente.

"Fa troppo caldo per mangiare", disse. "Inoltre, ho fatto uno spuntino poco prima del suo arrivo."

Dopo aver lavato i piatti della mia cena solitaria, rimasi seduto per un po' fumando la pipa. Il mio ospite mi rivolse qualche domanda sui villaggi vicini, ma si chiuse in un silenzio imbronciato quando apprese che ero forestiero.

Mentre rifletteva, non potei fare a meno di percepire in lui qualcosa di strano; un che di sfuggente ed estraneo che sarebbe stato difficile analizzare. Di una cosa, tuttavia, ero certo: mi tollerava a causa del temporale; la sua non era genuina ospitalità.

Quanto al nubifragio, sembrava quasi finito. Fuori stava facendosi chiaro, perché c'era luna piena dietro le nuvole e la pioggia a catinelle s'era ridotta a una tenue acquerugiola. Forse, pensai, avrei potuto riprendere il mio viaggio e ne parlai al mio ospite.

"Meglio aspettare fino a domattina", osservò. "Ha detto di essere a piedi e ci sono tre ore buone di cammino fino a Glendale. Di sopra ci sono due camere da letto e se vuole trattenersi può prenderne una."

L'invito mi sembrò sincero e dissipò i dubbi precedenti sulla sua ospitalità: conclusi che il modo di fare un po' brusco era dovuto al lungo isolamento in quel luogo selvaggio. Dopo essere rimasto seduto in silenzio per la durata di ben tre cariche di pipa, alla fine cominciai a sbadigliare.

"è stata una giornata piuttosto faticosa", ammisi, "e credo sia meglio vada a letto. Sa, voglio alzarmi all'alba per rimettermi in cammino."

Il mio ospite, con un gesto del braccio, mi indicò la porta oltre la quale vedevo il corridoio e la scala.

"Porti la lampada con lei", suggerì. "è l'unica che posseggo, ma non mi dispiace davvero starmene seduto al buio. Quando sono solo, non l'accendo quasi mai. Non è semplice procurarsi il petrolio in questi paraggi, e io vado al villaggio molto raramente. La sua stanza è quella a destra, appena in cime alle scale." 

Presi la lampada e voltandomi per augurargli la buona notta dal corridoio notai che nella stanza buia i suoi occhi brillavano come se fossero fosforescenti. Per un attimo mi ricordarono la giungla e i cerchi d'occhi che a volte scintillano oltre il fuoco dell'accampamento.

Poi salii le scale.

Una volta al piano di sopra, sentii il mio ospite attraversare il corridoio zoppicando ed entrare nell'altra stanza a pianterreno.

Mi accorsi che si muoveva con la sicurezza di un gufo, a dispetto del buio: certo che non gli occorrevano lampade.

Il temporale era finito, e quando entrai nella mia stanza la trovai inondata dai raggi della luna piena che filtravano dalla finestra a sud priva di tende e illuminavano il letto.

Con un soffio spensi la lampada, lasciando la casa immersa nell'oscurità attenuata dal chiar di luna, e avvertii un odore pungente; più penetrante di quello del kerosene: l'odore quasi animalesco che avevo sentito appena messo piede in casa. Spalancai la finestra e respirai profondamente l'aria fresca e pura della notte.

Avevo cominciato a spogliarmi ma mi fermai quasi subito, ricordando la cintura imbottita di denaro che portavo in vita. Riflettei che sarebbe stato meglio non essere affrettato o imprudente, perché avevo letto di uomini che avevano approfittato di occasioni simili per derubare e perfino assassinare il forestiero che ospitavano.

Così, dopo aver sistemato le coltri in modo che sembrassero coprire un corpo addormentato, trascinai nell'oscurità non rischiarata dalla luna l'unica poltrona della stanza, caricai la pipa e mi sedetti, preparandomi a vegliare o a riposare, a seconda di quello che sarebbe accaduto.


III

Non doveva essere trascorso molto tempo da quando m'ero seduto, e i miei orecchi sensibili colsero un suono di passi che salivano le scale.

Subito mi si affollarono in mente le vecchie storie di padroni di casa che derubavano gli ospiti, ma dopo qualche istante sentii che i passi erano normali, forti, non dissimulati: chi li produceva non cercava affatto di essere furtivo, mentre quelli del mio ospite - che avevo udito dall'alto delle scale - erano ovattati e claudicanti.

Vuotai la pipa e la rimisi in tasca. Poi impugnai la pistola automatica, mi alzai, attraversai la stanza in punta di piedi e mi appostai nervosamente nell'angolo che la porta, aprendosi, avrebbe nascosto.

L'uscio si aprì e un uomo che non avevo mai visto prima avanzò nella stanza illuminato in pieno dalla luna.

Alto, con le spalle larghe e distinto, aveva il volto seminascosto da una folta barba squadrata e l'attaccatura del collo inguainata in un alto e nero collare rigido come in America non si usava più da tempo; indubbiamente era uno straniero.

Come avesse potuto entrare in casa senza che me ne accorgessi era al di là della mia comprensione, né potevo credere che fosse rimasto nascosto in una delle stanze o nel corridoio a pianterreno.

Mentre lo fissavo negli ingannevoli raggi di luna, mi sembrò di poter vedere attraversi la figura massiccia, ma forse era solo un'illusione provocata dalla sorpresa.

Notando il letto in disordine ma non rendendosi conto che, apparentemente, era già occupato, lo sconosciuto borbottò qualcosa in una lingua straniera e cominciò a spogliarsi.

Dopo aver buttato gli abiti sulla poltrona dove sedevo prima si infilò a letto, si tirò le coperte fino al mento e in pochi secondi respirò con la regolarità d'una persona profondamente addormentata.

Pensai di andare dal mio ospite a chiedere una spiegazione, ma giudicai più opportuno assicurarmi che anche quell'episodio non fosse semplicemente un postumo illusorio del sonno indotto dal vino che avevo bevuto nel bosco.

Mi sentivo ancora debole e scombussolato, e nonostante avessi cenato da poco ero affamato come se non avessi toccato cibo dopo lo spuntino di mezzogiorno.

Mi avvicinai al letto e allungai la mano per afferrare la spalla del dormiente.

Poi, reprimendo un urlo di panico e di estremo sbalordimento, indietreggiai con il cuore che mi pulsava impazzito e gli occhi sbarrati.

Perché le mie dita erano passate attraverso la figura del dormiente afferrando soltanto il lenzuolo sottostante!

Sarebbe inutile analizzare nei dettagli le sensazioni contrastanti e confuse che provai. Quell'uomo era inafferrabile, sebbene continuassi a vederlo, udissi il suo respiro regolare e m'accorgessi che si rigirava sotto le coperte. Quando ero ormai sicuro d'essere impazzito o di essere stato ipnotizzato, udii altri passi sulle scale: soffocati, felpati, leggeri come quelli d'un cane zoppicanti. E lo scalpiccio s'avvicinava sempre più, di più… Poi ancora quel pungente afrore animale, ma adesso due volte più intenso.

Stupefatto e come se sognassi, strisciai di nuovo dietro la porta aperta che mi nascondeva alla vista, agghiacciato fino al midollo, ma rassegnato a qualunque sorte: concepibile o inconcepibile.

Nell'arcano chiar di luna avanzò la forma snella di un grande lupo grigio. Si sarebbe detto che zoppicasse, perché teneva sollevata una delle zampe posteriori come se fosse stato colpito da una pallottola vagante.

La belva volse la testa nella mia direzione e nello stesso istante la pistola mi sfuggì dalle dita tremanti cadendo con fracasso sul pavimento. Quel crescendo di orrori aveva rapidamente paralizzato la mia volontà e la mia coscienza, perché gli occhi che guardavo verso di me da quel muso demoniaco erano fosforescenti come quelli del mio ospite quando mi aveva fissato dal buio della cucina.

Neanche adesso saprei dire se mi vedesse oppure no.

Distolse lo sguardo dalla mia direzione e lo fissò sul letto, ammirando con desiderio la sagoma spettrale del dormiente.

Poi rovesciò la testa all'indietro e da quella gola diabolica uscì il più orribile ululato che mai avessi sentito: un roco e selvaggio richiamo di lupo che per poco non mi fermò il cuore. La figura sul letto si agitò, aprì gli occhi e si ritrasse a quella vista. La belva si rannicchiò fremendo e si avventò alla gola della vittima, mentre l'individuo immateriale gettava un grido d'angoscia e di umano terrore che nessun fantasma delle leggende potrebbe simulare. Le zanne candide lampeggiarono al chiar di luna mentre si serravano sulla vena giugulare dello spettro: il grido morì in un gorgoglio soffocato dal sangue, e gli occhi terrorizzati dell'uomo si fecero vitrei.

L'urlo mi aveva spinto ad agire, e in un secondo raccolsi l'automatica scaricandola contro il lupo mostruoso che mi stava davanti. Ma il rumore che udii fu quello sordo dei proiettili che, non incontrando alcun impedimento, si conficcavano nel muro di fronte.

I miei nervi cedettero. Un cieco terrore mi spinse a correre verso la porta e a voltarmi una sola volta, durante la quale vidi che il lupo aveva affondato le zanne nel corpo della preda.

Fu allora che provai la più inaudita delle sensazioni, e il pensiero devastante che ne seguì.

Il corpo era lo stesso attraverso cui la mia mano era passato qualche minuto prima… eppure, mentre mi precipitavo giù per le scala d'incubo, udii lo scricchiolio delle ossa mangiucchiate.


IV 

Probabilmente non saprò mai come riuscii a trovare la pista per Glendale e a percorrerla.

So soltanto che l'alba mi sorprese sulla collina al limitare dei boschi, con il villaggio dai tetti aguzzi sparso sotto di me e il nastro blu del Cataqua che scintillava in lontananza.

Senza cappello, privo di giacca, cereo in volto, inzuppato di sudore come se avessi passato la notte sotto il nubifragio, esitavo ad entrare nel villaggio, almeno finché non avessi riacquistato un aspetto più ordinato.

Alla fine discesi la collina e attraversai le viuzze dai marciapiedi lastricati su cui s'affacciavano i portoni di stile coloniale; raggiunsi la Lafayette House e il proprietario mi squadrò con aria sospettosa.

"Da dove vieni così di buon ora, figliolo? E perché quell'aspetto sconvolto?"

"Sono appena arrivato da Mayfair attraverso i boschi."

"Tu hai attraversato il Bosco del Diavolo... questa notte... e da solo?"

Il vecchio mi osservava con una strana espressione di orrore e d'incredulità.

"Perché no?", ribattei. "Non ce l'avrei fatta ad arrivare in tempo passando per Potowisset, e dovevo essere qui entro mezzogiorno."

"Ieri notte c'era la luna piena!... Mio Dio!"

Mi sbirciava incuriosito.

"Hai visto Vasili Oukranikov e il conte?"

"Dica, ho l'aria d'uno scemo? Vuole prendermi in giro?

Ma il suo tono era grave come quello di un prete quando rispose: "Devi essere nuovo da queste parti, ragazzo. Altrimenti sapresti tutto del Bosco del Diavolo, della luna piena, di Vasili e il resto."

Mi sentivo tutt'altro che disinvolto, ma sapevo che non dovevo essergli apparso troppo serio dopo le prime risposte.

"Vada avanti... Lei muore dalla voglia di dirmelo. Sono come un asino, tutto orecchi."

Allora, senza tanti fronzoli, mi raccontò la leggenda spogliandola di vitalità e di convinzione per la mancanza di colore, particolari e atmosfera.

Ma dopo quello che m'era successo, non avevo certo bisogno del colore che un poeta avrebbe potuto aggiungere alla storia.

Ricordate ciò cui avevo assistito e non dimenticate che non ne sentii parlare se non dopo che ero fuggito dall'orrore di quelle lugubri ossa divorate.

"Una volta c'erano dei russi sparsi fra qui e Mayfair... Vi giunsero dopo uno di quei complotti nichilisti che abbondavano nella madrepatria.

Vasili Oukranikov era uno di loro: alto, snello,  affascinante, con capelli biondi lucenti e modo squisiti. Tuttavia si mormorava fosse un adoratore del diavolo... un lupo mannaro e un divoratore di uomini.

Si costruì una casa nei boschi circa a un terzo di cammino da qui a Mayfair. Ci viveva solo. Di quando in quando, qualche viaggiatore usciva dalla foresta raccontando la strana storia di un grande lupo con lucenti occhi umani che l'aveva inseguito... Occhi come quelli di Oukranikov. Una notte qualcuno, tirando a casaccio, colpì il lupo e quando il russo tornò a Glandale zoppicava da una gamba. Non occorreva altro: ormai non si trattava più di semplici sospetti, ma di fatti nudi e crudi.

Lui mandò a chiamare il conte a Mayfair… si chiamava Feodor Tchernevsky e aveva comprato la vecchia casa con l'abbaino di Fowler, in State Street.

Voleva che venisse a trovarlo. Tutti misero in guardia il Conte, perché era una brava persona e un ottimo vicino, ma quello rispose che era in grado di badare a se stesso.

Era una notte di luna piena.

Il Conte era coraggioso e si limitò ad avvertire alcuni uomini del posto di raggiungerlo a casa di Vasili se non si fosse rifatto vivo a un'ora ragionevole. Così fecero, e... dimmelo tu, ragazzo, che hai attraversato la foresta di notte!"

"Ma certo", risposi cercando di apparire disinvolto. "Non sono conte ed eccomi qui a raccontarla! Alla fin fine, cosa trovarono gli uomini in casa di Oukranikov?"

"Trovarono il corpo straziato del Conte, ragazzo, e un grande lupo grigio che s'aggirava nei paraggi con le zanne ancora grondanti sangue. Puoi immaginare chi fosse quel lupo. Da allora la gente dice che a ogni luna piena... ehi, ragazzo, ma non hai proprio visto o sentito niente?"

"Proprio niente, nonno! Ma dica, che ne è stato del lupo alias Vasili Oukranikov?" 

"Ahi! Lo hanno fatto fuori, ragazzo... lo imbottirono di piombo, lo seppellirono nella casa e poi la bruciarono... Sai, tutto questo accadde sessanta anni fa, quando io ero ancora uno sbarbatello. Ma ricordo tutto come se fosse ieri."

Mi allontanai, facendo spallucce. Alla luce del giorno tutto mi appariva strano, sciocco e irreale; ma, a volte, quando mi ritrovo in posti deserti dopo il calar del sole, e odo l'eco demoniaca di quelle urla e del ringhio animalesco, e quel detestabile scricchiolio d'ossa divorate, rabbrividisco ancora al ricordo di una certa notte misteriosa.


E in esclusiva... un finale alternativo, scritto da Elena! (https://www.youtube.com/@ElenaM-o5v/posts)

V

Finché un giorno non mi venne in mente di porre fine all'orrido scenario che si ripeteva a ogni luna piena.
Chiunque, dotato di buon senso, avrebbe desistito all'istante, ma non un individuo testardo come me. Quello che spesso veniva scambiato per orgoglio, io avrei osato definirlo la mera conseguenza del mio sconvolgimento emotivo.
Sovvertire la natura di un lupo assetato di sangue sarebbe stato il folle pensiero di un decerebrato, ignaro che a governare il mondo animale sia l'istinto e non la ragione, ma poiché le spoglie della belva celavano sembianze umane, la connotazione di follia andava scemando.
Dopo averci riflettuto parecchio, capii che avrei dovuto scoprire cosa accadde tempo addietro da causare la trasformazione di Vasili Oukranikov in un lupo.
Ricordai le parole del proprietario di Lafayette House e la sua smania di raccontarmi la leggenda sul Bosco del Diavolo, ma nella descrizione dell'aspetto fisico di Vasili e dei complotti dei nichilisti russi non trovai nulla di illuminante. Definire quell'uomo un adoratore del diavolo non bastava a fare di lui una belva sanguinaria incolume ai proiettili.
Mi accinsi ad avviare delle ricerche nel villaggio di Glendale, ma non avevo messo in conto la ritrosia al dialogo degli abitanti, rimasta immutata nonostante il passare degli anni.
Alloggiai in una vecchia locanda e fingendomi un appassionato di anticaglie mi feci indicare il rigattiere più vicino, dove potei finalmente recuperare vecchi giornali a poco prezzo e un buon bicchiere di brandy invecchiato.
Quando ormai le speranze iniziarono a venir meno, un trafiletto ingiallito catturò la mia attenzione: "Furto del famoso rubino di Tula - scomparso il famoso gioiello appartenuto all'ufficiale Aleksandr Andreevič Oukranilov. Misteriosamente scomparso anche il nipote Vasili - coincidenza o concatenamento di cause?..".
Rincuorato per non dover più brancolare nel buio, mi orientai sulla pietra preziosa di cui evidentemente ero l'unico a non sapere nulla e con un pizzico di fortuna riuscii a intrattenere una piacevole conversazione con un artigiano che stava chiudendo una vecchia bottega.
Era un giovane mingherlino, dall'aria furba, che di certo non si sarebbe fatto intimidire da qualche domanda su una vecchia storia, ma quello che venni a sapere andava oltre ogni aspettativa.
Il rubino di Tula apparteneva ai nichilisti russi da generazioni e si mormorava che fosse la pietra dell'immortalità. Era sempre rimasto chiuso in una teca, fino al giorno in cui l'ordine decise di espandersi in vari territori, arrivando fino a Mayfair.
Il capo dei nichilisti, ormai troppo anziano per l'incarico, nominò suo seguace l'ufficiale Aleksandr Andreevič Oukranilov e decise di assegnarli il prezioso rubino come monile personale.
La nomina, non decretata all'unisono come di consueto, suscitò molte perplessità, per non parlare della scelta di affidargli il prezioso gioiello, ma nessuno osò opporsi al volere di colui che aveva dedicato l'intera esistenza al movimento.
Ignari dei feroci dissapori intercorsi tra i due e all'oscuro che l'anello non avesse un rubino incastonato al suo interno bensì sangue sacrificale, continuarono gli incontri clandestini, ma alla prima luna piena, dell'ufficiale si persero le tracce. Per i giorni a venire non si parlò che di un lupo dagli occhi identici ai suoi, che si era spinto fino al villaggio di Glendale e che nessun proiettile era stato in grado di ferire.
Rimasto solo, ebbi la consapevolezza che il sangue sacrificale, sotto l'influsso lunare, riportasse in vita un'antica maledizione.
Mancava un giorno alla luna piena e sentivo la necessità impellente di parlarne con qualcuno, ma non mi fidavo di nessuno e lo stesso valeva per gli abitanti di quel luogo, restii al dialogo per natura e reticenti ad intrattenersi con i forestieri.
Avrei messo ordine nei miei pensieri dopo un pasto caldo alla locanda.
Il cielo minacciava pioggia, così affrettai il passo aspirando volute di tabacco dalla pipa, quando uno stormo di corvi neri attirò la mia attenzione. Gracchiavano all'unisono in cerchi concentrici sulla mia testa e mi ritrovai a seguirli, come se una forza oscura deviasse i miei passi verso un sentiero isolato. Inciampavo nelle sterpaglie mentre la volta celeste squarciata dai lampi come un sudario in brandelli presagiva sciagure ineluttabili.
Fu così che mi ritrovai al cospetto di un monastero diroccato, con le mura nascoste dall'edera, in un tentativo disperato di inghiottirlo nell'oscurità delle sue radici avventizie.


VI

I corvi si erano dileguati e la pioggia scrosciante mi spinse a cercare riparo nel monastero, illuminato dai bagliori intermittenti delle folgori.
Tirai il cordone di una campanella arrugginita più per abitudine che per cortesia, ma il suono sordo si perdette nel frastuono del rovescio e mi decisi a varcare la soglia di un portone dai cardini divelti mossi dal vento.
L'odore di terra umida mi pervase le narici e un sentore di marciò mi portò a frugare nelle tasche alla disperata ricerca di un fazzoletto. Avanzavo nell'oscurità, con le membra intirizzite dal freddo, quando un rumore di passi mi fece sobbalzare.
Rimbombavano nella desolazione di un luogo imponente ormai alla deriva, accompagnati da un puzzo di zolfo che impestava l'aria da farmi girare la testa e quando sentii una mano afferrarmi il braccio perdetti i sensi.
Mi risvegliai con il corpo indolenzito e la mente annebbiata.
Fu in quell'istante che lo vidi. L'anello era sulla mia bocca, al dito di colui che mi teneva la testa in grembo. Sentivo la sua mano seguire i tratti del mio viso, gelida e ossuta come le guglie di un'antica cattedrale e quando mi chiamò per nome la verità dissolse il dubbio con l'irruenza di un cadavere che erompe dalla tomba.
Il sangue fuoriuscì dall'anello, riversandosi sul pavimento, che prese a tremare e si aprì come una voragine pronta a evocare la mostruosità di quel padre che mi era stato proibito nominare.
Mi abbandonò in fasce per una missione a Tula, da cui non fece più ritorno.
Cercai di assemblare frammenti di ricordi e compresi che la sua dipartita era dovuta all'anello e alla sua brama di potere, ma caddi in preda ad un terrore viscerale, che mi precluse l'uso della ragione e mi sentii precipitare nel baratro della follia.
Mi divincolai dalla sua stretta, cercando di trascinarmi in quel pantano di melma gelatinosa, ma il ghigno abbietto sul suo volto senza labbra preannunciava la mia disfatta.
Dal vetro rotto di una finestra, la luna piena splendeva nel cielo nero pece e in quell'istante capii di non avere scampo.
Sentii il suo fiato fetido sul mio collo e due zanne affilate mi forarono la giugulare.
Sapeva di avermi trasmesso l'ambizione di sovvertire le regole e mi aveva scelto per liberarsi di una maledizione che lo avrebbe condannato in eterno.
Mi ritrovai a reclinare la testa all'indietro e a ululare alla luna, mentre la sua figura si polverizzava in un vortice cuneiforme.

A Lovecraft:

Chi l'avrebbe mai detto che qualcuno sarebbe riuscito a farLa rivoltare nella tomba? È sempre stato Lei a renderci le notti insonni e forse è proprio per questo che la mia fervida immaginazione ha preso vita graffiando le pagine d'inchiostro sulle orme di un racconto che si prestava ad avere un seguito.
Non me ne voglia Maestro, è solo un modo per ringraziarLa dell'eredità che ci ha lasciato.

Shiva (Gaia Junior)

Vestita di pelli, agile come un gatto, capace di scuoiare un lupo e di sfuggire alla carica di un rinoceronte, l'orfana Shiva è la protagonista di questo insolito romanzo ambientato nell'Era Glaciale, che ci restituisce gli odori e i suoni della più lontana preistoria, narrandoci la lunga lotta tra i primitivi Neanderthal e i più evoluti Cro-Magnon.

E a favorire un contatto pacifico tra i due popoli, in guerra da sempre, sarà proprio la giovane Shiva, nata e cresciuta in una tribù governata da donne maghe e guerriere, che alla fine riconosceranno in lei, ragazzina strana e solitaria, la loro futura guida sui sentieri della magia.

"Qualcosa la inseguiva. Shiva si fermò, con le narici frementi. Un brevissimo soffio di vento aveva portato fino a lei l'odore acre della belva, tanto fugace che avrebbe anche potuto esserselo soltanto immaginato. Ruotò lentamente su se stessa nel tentativo di scoprire da dove provenisse quell'odore che le aveva fatto gelare il sangue nelle vene. Scrutò con attenzione le sporgenze rocciose, tra gli arbusti, il sottobosco e gli alberi contorti e stentati dov'era andata a far legna. Niente... Dondolò la testa al modo dei felini, sperando che il predatore si decidesse a uscire dal suo nascondiglio e a mostrarsi. Ancora nulla. Ma c'erano almeno cento nascondigli. Era odore di lupo. (...) Alle proprie spalle, sulla destra, udì di muovo il rumore che aveva sentito poco prima, come il rotolio di un ciottolo spostato. Il che significava che il secondo lupo era lì, ancora nascosto, ma impaziente. (...) C'era un'unica possibilità, e Shiva la scelse. Con un urlo selvaggio, si gettò sulla lupa."


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Una Strega Biondo Cenere (Gaia Junior)

Bionda, bella e dotata di capacità magiche e misteriose, Sophie potrebbe sembrare davvero una strega, ma, più semplicemente, appartiene ad una società evoluta che ha sviluppato al massimo i poteri psichici. è inevitabile, comunque, che gli abitanti della primitiva riserva di Urstwile finiscano per considerarla una presenza minacciosa, venuta a turbare la loro tranquillità con oscuri malefici. La situazione precipita quando Sophie e Prudence, una ragazza dal carattere acido e bigotto, cominciano a disputarsi il bel Simon: di lì a poco si scatena la caccia alla strega, tra scope che volano e alberi che cambiano di posto…

Un romanzo pieno di fantasiosa ironia, una storia d'amore che è anche un confronto tra due modi di essere donna.


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I pensieri di Lovecraft (sull'umanità e il Cosmo...)

Info tratte da

"Il cosmo è un vortice privo di ordine; un oceano ribollente di forze cieche, nel quale la gioia più grande è l'incoscienza ed il maggior dolore è la consapevolezza" (lettera ad alcuni amici, 6 ottobre 1921)

"Io ho tuttora profondo rispetto per l'intelletto puro. Sono di formazione materialista e meccanicista: credo che il cosmo sia un insieme senza scopo e senza significato di cicli interminabili nei quali si alternano condensazioni e dispersioni delle particelle sub-atomiche; un'entità priva di inizio, di una direzione permanente e di un fine, e consistente soltanto di forze cieche che operano secondo schemi fissi ed eterni inerenti all'eternità stessa. [...] (Lettera a Donald Wandrei del 21 aprile 1927) "

"La nostra razza umana non è che un incidente triviale nella storia della creazione. Negli annali dell'eternità e dell'infinito non ha maggiore importanza di quanta ne abbia il pupazzo di neve d'un bambino negli annali delle tribù e delle nazioni della Terra. Di più: non potrebbe tutta l'umanità essere un errore - una crescita anormale - una malattia del sistema della Natura - un'escrescenza nel corpo dell'infinito progresso, come un porro sulla mano di un uomo? Non potrebbe essere la distruzione dell'umanità quella di tutta la creazione animata, un dono positivo alla Natura nella sua interezza? Che arroganza da parte nostra, creature momentanee, la cui stessa specie non è che un esperimento del Deus Naturae, il pensarci destinati ad un futuro immortale e ad una condizione preminente!... La nostra filosofia è infantilmente soggettiva: immaginiamo che il benessere della nostra razza potrebbe essere un ostacolo al corso predeterminato dell'unione degli universi all'infinito! Come possiamo sapere che quella forma di moto atomico e molecolare che chiamiamo "vita" sia la più alta di tutte le forme? Forse la creatura dominante - la più razionale e simile a Dio di tutte le creature - è un gas invisibile! Chi può affermare che gli uomini hanno un'anima, mentre le rocce non ne hanno?" (Lettera ad un gruppo di amici, dell'8 agosto 1916)

"Dato che l'intero piano della creazione è puro caos, e del tutto privo di valore, non vi è necessità di tracciare una linea fra realtà e illusione. Tutto è un mero effetto di prospettiva, ed è meglio e più confortevole cullarsi nell'accettazione di ciò che abbiamo. Nell'arte, non vi è ragione d'osservare il caos dell'universo, perché così completo è questo caos che nessuna narrazione a parole potrà darne il minimo racconto. Io non riesco ad immaginare in altro modo lo schema della vita e delle forze cosmiche, se non come una mazza di punti irregolari riuniti in spirali senza direzione... Io penso che sia meglio per un uomo saggio scegliere una sorta qualsiasi di filosofia che gli sia piacevole, ed abbandonarsi ad essa innocentemente; conscio del fatto che essa non è reale, ma ugualmente consapevole del fatto che, siccome la realtà non esiste, non guadagnerebbe nulla, e perderebbe parecchio nel gettarla lontana da sé..." (Lettera a Frank Belknap Long dell'8 novembre 1923)

"[…] è questo che intendo e pratico come conservatorismo estremo in senso artistico, sociale e politico: un mezzo per sfuggire al tedio, l'inutilità e la confusione d'una lotte senza guida e senza punti di riferimento contro il caos rivelato" (Lettera a Donald Wandrei del 21 aprile 1927)

"Nel gennaio del 1896, la morte di mia nonna gettò la casa in un'atmosfera cupa dalla quale non è mai più uscita. Le vesti nere di mia madre e delle mie zie mi risultavano così paurose e ripugnanti che cominciai ad attaccare con spilli pezzetti di carta o di stoffa colorati alle loro gonne, nel tentativo di sollevarmi. Dovevano stare bene attente prima di uscire di casa o di accogliere un visitatore! Fu allora che la mia vivacità naturale si spense. Cominciai ad avere gli incubi più odiosi, popolati di cose che chiamai "Magri Notturni" (Night Gaunts) (1), con un'espressione inventata da me... In sogno, essi mi trascinavano nello spazio a velocità paurosa, e mi tormentavano e trafiggevano con i loro detestabili tridenti. Sono trascorsi ormai quindici anni - anzi di più - da quando ho visto per l'ultima volta un Magro Notturno, ma ancora oggi, quando sono in mezzo ad un mare di ricordi d'infanzia, sento un brivido di paura ed istintivamente lotto per tenermi sveglio. Questa era la mia sola preghiera nel 1896, ogni notte: "restare sveglio e lontano dai Magri Notturni!" (Lettera a Reinhardt Kleiner, 16 novembre 1916)

"Io agogno l'etereo, il remoto, il crepuscolare, l'ambiguo - detesto sempre di più la vita e ciò che vi è connesso, e desidero ardentemente quei nebulosi reami di spiriti che soltanto un Machen o un Dunsany sanno evocare... Sono uno che odia l'attualità; un nemico del tempo e dello spazio, della legge e della necessità. Sogno un mondo di mistero gigantesco ed affascinante, di splendore e terrore, nel quale non vi siano altri limiti se non quelli della libera immaginazione. La vita fisica e l'esperienza, con la mortificazione della visione artistica che provocano nella maggioranza, sono oggetto del mio più profondo disprezzo... Io mi ribello alla nozione che la vita fisica abbia un qualsiasi valore o significato. Per me l'artista ideale è un gentiluomo che mostra il suo disprezzo per la vita seguitando per le tranquille maniere dei suoi antenati, e lasciando la fantasia libera di esplorare sfere luminose e sorprendenti. Così, vorrei che un autore ignorasse la sua epoca e il pubblico, creando l'arte non per la fama o per gli altri, ma per la sua sola soddisfazione" (Lettera a Frank Belknap Long del 13 maggio 1923)

(1) Che furono di ispirazione per alcune poesie.

"I Magri-Notturni"

Quale abisso li generi, non so.

Ma ogni notte li vedo: creature rugose,

nere, cornute e sottili, con ali fibrose

e code segnate da bifida barba d'inferno.

Il gelido Vento del Nord li porta a legioni,

mi stringono il corpo con lacci e tormenti,

mi conducono in viaggi tremendi

a grigi mondi celati nell'incubo fondo.

Sorvolano i picchi corrosi di Thok,

ignorano le mie grida disperate,

si tuffano nelle acque avvelenate

che fan da coltre al sonno degli Shoggoth.

E almeno emettessero un suono,

o un volto avessero, ch'io potessi scorgere!


"L'Abitatore"

Era già vecchia quando Babele l'Antica sorgeva:

e non si sa quanto a lungo abbia dormito

nel cuore del colle

ove i nostri picconi insistenti, frugando le zolle,

i suoi blocchi di pietra portarono alla luce primeva.

V'erano grandi locali e ciclopiche mura

e lastre spaccate e statue scolpite

d'esseri ignoti vissuti in ere perdute,

di molto più antichi del mondo ove l'uomo dimora.

Poi trovammo quei gradini di pietra gettati

verso un antro sbarrato da una lastra assai forte

che forse serrava un oscuro rifugio di morte

dov'eran racchiusi antichi segreti e graffiti.

La strada ci aprimmo… ma atterriti

dovemmo fuggire

quando udimmo dal basso quei passi pesanti salire…


Stralcio tratto da "Le vicende riguardanti lo scomparso Arthur Jermyn e la sua famiglia"

"La vita è una cosa odiosa e, dallo sfondo che si cela dietro ciò che scorgiamo di essa, sappiamo che si affacciano sinistri barlumi di verità che la rendono mille volte più odiosa. La scienza, che già ci opprime con le sue sconvolgenti rivelazioni, firmerà forse la fine della specie umana - ammesso pure che siamo una specie autonoma - quando fornirà alla nostra conoscenza la chiave di orrori insostenibili che prima o poi si diffonderanno nel mondo. Se sapessimo ciò che realmente siamo, non ci resterebbe che seguire l'esempio di Sir Arthur Jermyn, che si cosparse di petrolio e si diede fuoco nel cuore della notte. (...) Arthur Jermyn si recò da solo nella brughiera e si arse vivo dopo che ebbe visto la cosa contenuta nella cassa giunta dall'Africa. Fu tale cosa, e non le sue singolari fattezze, a indurlo al suicidio."

Il "Mostro" per Lovecraft era l'orrore di una civiltà travolta dalle sue stesse degenerazioni, l'incubo di una cultura soffocata dall'ignoranza traboccante, il gelo ultimo di una sensibilità sociale spenta da una solida massificazione. 

L'"arma" per combattere tutto questo: il Fantastico.

Trent'anni prima di Roger Caillois, Lovecraft teorizza la carica "rivoluzionaria" e disgregatrice del Fantastico.

Nella sua introduzione, Caillois scriveva "[...] tutto appare come oggi e come ieri: tranquillo, banale, senza nulla d'insolito, ed ecco lentamente si insinua o esplode improvviso l'Inammissibile... Nel fondo fantastico il sovrannaturale si rivela come rottur della coerenza universale."

Sono concetti che Lovecraft concretizzò in molti dei suoi racconti tra il 1917 e il 1936.

Tuttavia, Lovecraft avvertì che il "Mostro" non viene soltanto da fuori: "l'orrore che incombe sulla realtà nel suo complesso è riprodotto e sintetizzato nell'incubo individuale. Fra i due esiste qualcosa di più di un rapporto di dipendenza: le due immagini sono identiche, sono la stessa cosa vista da prospettive diverse."

Lovecraft ha mostrato, attraverso le sue orrende metafore (i sogni d'ognuno di noi) che il senso dell'Essere permane anche al di là di qualsiasi struttura formale del futuro, dato che in qualche misura si estende su tutta l'esperienza della specie; esiste, insomma, una struttura che, al di là dell'azione corrosiva del caos, permane intatta ad indicarci sul piano sociale il senso della storia, sul piano individuale il valore della personalità umana.

Questa struttura s'identifica con l'uomo stesso, liberato d'ogni costrizione derivante da una errata educazione, dal dedicarsi a finalità false e meschine, dal mirare ad obiettivi troppo ristretti e limitati: liberato, dunque, dai "monstra" generati da un'imperfetta analisi dell'Essere.

Questo uomo purificato e temperato è per Lovecraft l'esteta, il sognatore, quindi l'artista che può assommare in sé le due caratteristiche (...) Il sogno [diventa] non pura e semplice evasione dal reale, ma riconquista del significato più profondo dell'Essere.

(...) L'ansia del trascendente si riversa così nel desiderio di autoaffermazione sulle forze negative che cercano di ancorarci al divenire quotidiano.

(...) Al di là del mostro bisogna riconoscere l'indomita volontà dell'uomo di realizzarsi malgrado tutto: principalmente, malgrado se stesso.

 Lovecraft trasse da Lord Dunsany l'idea del pantheon di divinità immaginarie; tuttavia, mentre gli dei dunsaniani erano figure destinate a trasmettere un gusto esotico, al massimo con insegnamenti esoterici della Teosofia, le figure-simbolo di Lovecraft incarnano lo spavento, il cieco terrore dell'individuo razionale, posto di fronte ad un abisso cosmico nel quale non può riconoscere le profondità inesplorate della sua stessa psiche.

Al centro dell'infinito siede Azathoth, dio cieco ed idiota, amorfa escrescenza d'abissale confusione, che bestemmia e gorgoglia stordito da un incessante suono di flauti.

Azathoth è il simbolo del caos inconoscibile che si nasconde dietro le apparenze della realtà.

Suo messaggero è Nyarlathotep, una specie di annunciatore del caos, di Anticristo metafisico, la cui sola presenza è sufficiente a diffondere la follia e il disordine.

Yog-Sothoth (il tutto-in-uno e l'uno-in-tutto) è simbolo dell'unicità del reale: per lui non esistono il tempo e lo spazio, essendo contemporaneo a tutti i tempi e presente in tutti gli spazi: completamente insensibile alle passioni umane lo si può evocare per il bene o per il male, purché si posseggano le formule che consentono di comandarlo.

Il grande Cthulhu, mostruosa entità anfibia, dorme in una città sottomarina chiamata R'lyeh: al suo risveglio, tornerà il caos sulla Terra.

Shub-Niggurath, "il capro nero dai mille cuccioli", è l'immagine lovecraftiana di un dio della fertilità: il suo avvento simboleggia il disordine causato dai sensi incontrollati.

Costoro sono gli "Antichi" o "Grandi Antichi" ("Ancient Ones"): un tempo dominavano il nostro pianeta, poi furono scacciati, anche se ne è sempre possibile un ulteriore ritorno, facilitato dagli incauti che nella loro ignoranza spalancano le soglie aprentisi sul lato oscuro della realtà.

Allora, all'avvento del monstrum sul piano universale corrisponde quello della follia a livello individuale.

A questo gruppo originario di Grandi Antichi, Lovecraft aggiunse molte altre divinità, tratte dalle storie scritte in gioventù: Hypnos, dio del sonno, Dagon signore degli Abitatori del Profondo, che vivono nell'oceano e sono alleati a Cthulhu; gli "Abominevoli Uomini delle Nevi di Mi-Go" che popolano l'Altopiano di Leng; Yig, una sorta di Quetzalcoatl.

A questi si aggiunsero altri esseri scaturiti dall'immaginazione di alcuni corrispondenti di Lovecraft: i Segugi di Tindalos e Chaugnar Faugn (di Frank B. Long), Nyogtha (di Henry Kuttner), Tsathoggua e Atlach Hacha (di Clark A. Smith) i Lloigor, Zhar e il popolo di Tcho-Tcho, Itaqua e Cthuga (di August Derleth), Glaaki e Daoloth (di R.Campbell), Yibb-Tstll e Shudde M'ell (di Brian Lumley), i Parassiti della Mente (di Colin Wilson)

Grazie agli amici di Lovecraft, che ampliarono il numero di storie, negli anni '30 si crearono ulteriori spunti: le razze preumane, che servivano gli Antichi, i toponimi per "le patrie" di quegli esseri (delle volte reali, come Aldebaran o mitici come Kadath, l'Altopiano di Leng, Arkham, Dunwich...)

Per alimentare i suoi miti, Lovecraft parlò di un libro terribile e maledetto, il Necronomicon dell'arabo pazzo Abdul Alhazred (*), una specie di grimorio universale contenente le formule per entrare in contatto con i Grandi Antichi, evocandoli, aprendo le soglie che permetterebbero loro di ritornare sulla Terra, al quale poi aggiunse i "Manoscritti Pnakotici", gli scritti blasfemi dei fedeli di Cthulhu ("Testo di R'lyeh"), "i Sette Libri Criptici di Hsan" e "i Canti dei Dhol". 

A questi furono aggiunti, dalla cerchia di amici di Lovecraft: "il Libro di Eibon (Liber Ivonis)" di C.A.Smith, gli "Unausspreichlichen Kulten di Von Juntz" di Robert Howard, il "De Vermis Mysteriis" di Robert Bloch, "i Frammenti di Celseno" di August Derleth, i "Cultes des Goules" del Comte D'Erlette, "i Frammenti di G'harne" e il "Cthaat Aquadingen" di Brian Lumley e le "Rivelazioni di Glaaki" di Ramsey Campbell. 

 

(*) che, secondo alcune ipotesi, sarebbe un'"arabizzazione" della frase inglese "all has read", in riferimento al "tutto è stato letto" da Lovecraft stesso, nella sua infanzia e gioventù "segregato" in casa con l'unica compagnia dei libri.


 "L'Arabo Pazzo Abdul Alhazred" fu il primo personaggio a fare la sua comparsa nell'universo letterario lovecraftiano nel racconto "Nameless City" (1921) 

Il secondo racconto che sviluppò il tema fu "The Festival" (1923), nel quale Lovecraft attinse allo sfondo della Nuova Inghilterra, nominando anche per la prima volta il Necronomicon.

La storia successiva fu "The Call of Cthulhu" (1926), dove si manifestarono le strutture della sua personale mitologia dell'orrore.

Lovecraft inizia il racconto con una citazione di Algernon Blackwood: "Di tali grandi poteri o esseri può essere concepibile una sopravvivenza... una sopravvivenza da un periodo immensamente remoto quando... la coscienza si manifestava, forse, in forme che da molto tempo si sono ritirate di fronte alla marea avanzante dell'umanità... forme di cui solo la poesia e la leggenda hanno colto un ricordo fuggevole, chiamandole dei, mostri, esseri mitici di ogni specie."

Il famoso distico dell'arabo pazzo "Non è morto ciò che in eterno può attendere\e col passare di strane ere anche la Morte muore" viene riecheggiato per la prima volta nel rituale cantilenato di una lingua incomprensibile e impronunciabile: "Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn" che Lovecraft tradusse così "Nella sua dimora di R'lyeh il morto Cthulhu attende sognando."

In "The Call of Cthulhu" compare anche l'antica Irem, la Città delle Colonne descritta anche in "The Nameless City".

Da qui in poi Lovecraft divenne sempre più consapevole della realtà dei "Miti" e iniziò a svilupparli.

Si può evidenziare un parallelismo tracciato da August Derleth, fra la concezione lovecraftiana del cosmo e il mito ebraico-cristiano della caduta di Satana e della sua perdurante influenza sull'universo. A riprova, Derleth citava il seguente passo tratto da una lettera inviatagli, a suo dire, da Lovecraft:

"Tutti i miei racconti, anche se possono sembrare non collegati fra loro, sono basati su di una leggenda fondamentale, secondo la quale questo mondo fu abitato, un tempo, da un'altra razza che, per aver praticato la magia nera, perse il dominio e venne scacciata, ma vive tuttora al di fuori, sempre pronta a riprender possesso della Terra."

In un'opera successiva, "Cults of Shadows" (1975) Kenneth Grant rivela l'esistenza a Chicago di una società segreta che si ispira ad un insegnamento occulto che sarebbe presente nelle opere di Lovecraft, per trarne in connessione con le dottrine insegnate da Crowley una serie di rituali magico-sessuali destinati a facilitare la presa di contatto con le "divinità dell'abisso".

Queste entità sono chiamate con gli stessi nomi delle entità lovecraftiane e questa società esoterica guidata da Michael Bertiaux prende il nome di "Black Snake", il serpente nero simbolo del Caos e fra le sue congreghe ne ha una chiamata "Lovecraftian Coven".

Secondo Grant e Bertiaux significativo è il racconto "Nyarlathotep" (1921) che in poche pagine racchiude una quantità incredibile di dati simbolici ed esoterici inclusa una profezia sull'avvento dell'Anticristo (in realtà la storia è la trascrizione di un sogno  dello scrittore)

Serge Hutin fu il primo a notare la somiglianza tra le narrazioni di Lovecraft e i resoconti delle esperienze di Aleister Crowley.

In entrambi si riscontra la stessa proliferazione di entità, dai nomi singolari, spesso di intonazione egizia, lo stesso vocabolario nella descrizione di rituali magici ("scala lunare, abissi di luce, confine estremo del mondo") lo stesso tipo di esperienze conseguenti alla celebrazione di rituali occulti, sfasamento del senso temporale… Secondo Hutin, le descrizioni di certi rituali magici in storie come "Orrore a Red Hook" e "I Sogni nella Casa Stregata" sono la narrazione di esperienze realmente vissute.

Nelle lettere di Lovecraft non risulta traccia di simili connessioni ma il fatto che non ne abbia parlato non significa che non ne fosse a conoscenza.

In uno dei racconti fondamentali "L'Orrore di Dunwich" (1928) si descrivono le disastrose conseguenze del porsi in comunicazione con le forze universali, non avendole comprese e non essendo pronti ad affrontare sia la polarità negativa che quella positiva.

L'impresa è compiuta da una famiglia, in più generazioni e la fase principale dell'opera avviene attraverso un rito sessuale nel quale una donna "fornisce il veicolo per l'incarnazione della divinità estranea".

Non sappiamo se Lovecraft fosse al corrente del reale significato della cerimonia connessa con il Tantrismo della Mano Sinistra.

Comunque, la confraternita di P.B.Randolph (cui potrebbe essere ispirato un personaggio di "L'Orrore a Red Hook") usava riti sessuali a questo fine.

Sempre nel racconto lovecraftiano, Lavinia dà alla luce due figli: un mostro orrendo e uno quasi umano, che potrebbe ricordare la carta dei Tarocchi "Il Diavolo", raffigurato mezzo umano e mezzo bestiale, androgino, il Grande Agente Magico, cioè il caos indifferenziato di forza cieca al quale deve fare appello il mago per agire sul reale.

è dunque il principio di mediazione fra questo mondo e l'altro.

Ancora più impressionante è il simbolo racchiuso nella divinità cui Lovecraft dà il nome di Yog-Sothoth. Essa non si trova in un luogo ed in un tempo precisi, determinati, perché coincide con tutto il tempo e coesiste con tutto lo spazio: è quindi il tutto-in-uno e l'uno-in-tutto, e rappresenta contemporaneamente la Soglia e la Chiave della Soglia.

Grazie a Yog-Sothoth si traducono in essere gli effetti della volontà del mago che ne evoca la forza.

Nel romanzo "Il caso di Charles Dexter Ward" (1927) Lovecraft pone all'inizio e alla fine della formula mediante la quale si fa appello alla sua divinità i segni astrologici noti come "Caput Draconis" e "Cauda Draconis".

Secondo Hutin, Lovecraft sarebbe stato adepto di una società esoterica (Eulis Brotherhood)  

Kenneth Grant, discepolo del mago Aleister Crowley e capo dell'Ordo Templi Orientis, è convinto che Lovecraft abbia descritto sotto i velami narrativi quello che definisce "Culto di Crowley", pur ammettendo che Lovecraft non conoscesse né il nome né l'opera di Crowley.

Grant ha tracciato dei paralleli tra rituali, nomi, situazioni ed insegnamenti ricavati da Crowley stesso mediante l'indagine sul piano astrale, ed i simbolismi che traspaiono nelle storie di Lovecraft scritte in base ai suoi sogni.

In "The Magical Revival" (1972) Grant pubblica la seguente tabella comparativa:

LOVECRAFT

Al Azif: il libro dell'Arabo pazzo

(ad esso si fa riferimento come onnipotente in senso magico)


CROWLEY

Al Vel Legis: il Libro della Legge

(Crowley afferma che quest'opera contiene tutti i supremi incantesimi)


LOVECRAFT

I Grandi Antichi (espressione contenuta nei suoi racconti) 


CROWLEY

I Grandi della Notte dei Tempi (frase che si trova ripetuta nei rituali della Golden Dawn)


LOVECRAFT: Yog-Sothoth (nome barbaro che evoca il male estremo)

CROWLEY:  Sut-Thoth, Sut-Typhon (Crowley identifica il suo Angelo Custode in Seth)


LOVECRAFT: Gnoph-Hek (la Cosa Pelosa, evidente riferimento fallico)

CROWLEY: Coph-Nia (un nome barbaro in Al, probabilmente associato ad un concetto fallico)


LOVECRAFT: Il Deserto Gelato (Kadath)

CROWLEY: Il Vagabondo del Deserto (Hadit), uno dei nomi di Crowley


LOVECRAFT: Nyarlathotep (un dio accompagnato da sciocchi suonatori di flauto)

CROWLEY: "Nella mia solitudine giungerà il suono di un flauto" (Crowley nel suo Liber VII)


LOVECRAFT: Shub-Niggurath (Il Capro Nero dai Mille Cuccioli)

CROWLEY: "Io sono il dio orrendo... Cepus, il dio orrendo, incrocio di cane e di orso; Sut-Typhon" (Crowley in "The Book of the Spirit of the God")


LOVECRAFT: L'onnipresente afrore associato a Nyarlathotep

CROWLEY: "Il profumo di Pan che pervade" (Crowley nel Liber VII)


LOVECRAFT: Il Grande Cthulhu che dorme sognando nella sommersa città di R'lyeh

CROWLEY: Il Sonno Primordiale in cui sono immersi i Grandi della Notte dei Tempi


LOVECRAFT: Azathoth (il caos cieco e idiota al centro dell'infinito)

CROWLEY: Azoth (il solvente alchemico), Thoth (Mercurio), Hadit (il caos al centro dell'infinito, Nuit)


LOVECRAFT: Colui che è senza volta (Nyarlathotep)

CROWLEY: Colui che è senza testa (o il "Mai Nato" come Crowley chiamava la sua invocazione favorita)


LOVECRAFT: La Stella a cinque punte

CROWLEY:  La Stella di Nuit, a cinque punte con il cerchio nel mezzo


I Mille Occhi della Notte (SuperJunior Horror)


Tutto iniziò la sera della stella cadente… o forse quando Tan e Simon trovarono tra l'erbacce lo scheletro di un gatto… o quando decisero di portare a casa la nidiata di topolini bianchi scoperta in un vecchio materasso sventrato.
Sempre che quelli fossero davvero topi bianchi e la candida figura nebulosa intravista all'alba fosse davvero un fantasma.
Perché nell'oscurità possono aggirarsi creature più temibili degli spettri e infinitamente più pericolose.
Creature sfuggenti e letali, scaturite dalle tenebre come un'inarrestabile onda spumosa che tutto sommerge e spazza via, lasciandosi alle spalle soltanto rovina e terrore e il ricordo di denti aguzzi e di mille occhi scintillanti spalancati sulla notte.


Commento di Lunaria: Notevole romanzo horror tutto basato su un'atmosfera di "attesa dell'orrore" che si fa via via sempre più palpabile ed evidente; i capitoli sono abbastanza brevi, lo stile dell'Autore "viene subito al sodo" e sa catturare l'interesse del lettore con frasi ad effetto che contribuiscono ad accentuare la sensazione dell'"orrore imminente" che deve irrompere. 
Per curiosità: il virus dell'Ectromelia che viene citato negli ultimi capitoli prima della fine esiste realmente, ma se avete un animo sensibile vi consiglio di NON andare a cercare le immagini su google "per vedere cosa sia" (come ho fatto io, interrompendo la lettura, sigh!), non è un bello spettacolo vedere cosa provoca, come si suol dire...




Mel (Gaia Junior)

Una squallida strada con le case tutte uguali, in un quartiere popolare di Londra: è qui che vive Mel, 17 anni e una situazione familiare difficilissima e apparentemente senza speranza.

Ma ecco che, quando le cose sembrano volgere al peggio, qualcosa cambia.

Accolta ed aiutata, lei bianca, da una simpatica famiglia nera, Mel riuscirà coraggiosamente a conquistarsi il diritto di vivere come vuole, ad avere una casa sua, e anche, in modo del tutto imprevisto, a trovare l'amore.

Un romanzo allo stesso tempo drammatico e divertente, che dai sobborghi londinesi ci porta ne fantastico, folle mondo dei grandi concerti rock.



Legnano, non solo l'Alberto da Giussano

 Legnano è famosa solo per l'Alberto da Giussano (sì, con l'articolo davanti, come viene chiamato da tutti 😂)



ma io sono riuscita a scovare altre statue in angoli meno famosi della città! 😃














il ponte Liberty


"Streghe"

Cinque ragazze, cinque protagoniste diverse che cercano di sperimentare i propri poteri: streghe di ieri e di oggi, streghe buone per le quali la magia è una forza naturale e positiva, da usare per diffondere la gioia attorno a sé, ma soprattutto per acquistare forza, consapevolezza e capacità di amare.

Cinque lunghi racconti fantastici che parlano di fiori fatati, innamorati improbabili, matrimoni insoliti, guarigioni possibili, misteriose scatole che riescono a deviare un'autostrada… Cinque storie da leggere per scoprire in se stesse l'ombra degli incantesimi di cui tutte le donne sono capaci.