Il Violino a corde umane (horror)

Correva l'anno 1831.

Paganini, il diabolico Paganini, si era prodotto al teatro dell'Opera in sei concerti, suscitando entusiasmi anche maggiori di quelli che lo avevano accompagnato nelle sue trionfali escursioni in Italia e Germania. In presenza dell'artista fenomenale, alcuni professori d'orchestra del grande teatro avevano spezzato i loro strumenti.

Alla medesima epoca, era in Parigi un altro violinista dotato di un'abilità straordinaria, ma tuttora ignorato nel gran mondo dell'arte.

Si chiamava Franz; era nato a Stoccarda, e in quella città avea trascorso la gioventù nella pace della famiglia, alternando alle severe meditazioni della filosofia, gli esercizi dell'istrumento a quattro corde.

All'età di trentacinque anni, Franz era rimasto orfano e solo. Al morire della madre che lo avea adorato, che aveva esaurite per l'unico figlio tutte le economie di un patrimonio assai tenue, Franz si era accorto di esser povero.

La prospettiva dell'avvenire gli si era affacciata alla mente coi più lugubri colori.

Che fare? Il suo vecchio maestro di musica Samuele Klauss si era incaricato di rispondere alla terribile domande. E la risposta, muta di parole, era stata eloquente.

Klauss aveva preso per mano il suo allievo diletto, e, condottolo nella piccola sala dove tante volte avevano diviso insieme i fantastici diletti della musica, gli aveva additato la piccola cassetta dove il violino stava rinchiuso come un essere vivente in una tomba obbliata.

Quel cenno apriva a Franz una nuova carriera. Vendute le mobilie e le suppellettili della casa, l'artista era partito per Parigi in compagnia del suo maestro ed amico.

Prima che Paganini avesse dato al teatro dell'Opera i suoi meravigliosi concerti, Franz si era fatta, per una serie di esperienze e di raffronti, una convinzione superba ed un proposito irremovibile. La convinzione era questa: di ritenersi superiore a tutti i più rinomati violinisti ch'egli aveva uditi nella capitale della Francia; il proposito era di spezzare il proprio istrumento, e con esso la sua esistenza, qualora non fosse riuscito a tenere il primo posto fra i suonatori dell'epoca. Il vecchio Klaus si compiaceva di quel nobile orgoglio, e credeva, lusingandolo, di compiere in buona fede una sant'Opera.

Ma prima di prodursi al cospetto del pubblico, Franz aveva aspettato con trepida impazienza che il tanto decantato italiano facesse le sue prove a Parigi.

Il nome di Paganini era stato, per alcuni mesi, una spina rovente al cuore di Franz, un incubo, un fantasma minaccioso allo spirito del vecchio Samuele.

Sì l'uno che l'altro aveano più volte tremato per quel nome di artista, sì l'uno che l'altro avevano presagito sinistramente della sua venuta a Parigi.

Chi può descrivere le ansie, gli spasimi, gli atroci entusiasmi di quella nefasta serata? Franz e Samuele, alle prime arcate di Paganini, avevano rabbrividito.

Il maestro e l'allievo, compresi da un entusiasmo che era per entrambi angoscia tremenda, non osarono guardarsi in faccia, non che ricambiarsi un accento.

A mezzanotte, dopo il concerto, rientrarono muti e lugubri nel loro appartamento.

"Samuele!", disse Franz gettandosi sovra una seggiola con portamento disperato "va!... noi altri non siamo buoni a nulla; hai capito? a nulla!... proprio a nulla!..."

Le rughe del vecchio maestro divennero livide. Dopo breve silenzio, Samuele riprese con voce cupa: "Eppure tu hai torto, Franz; io ti ho insegnato quanto si può insegnare da un maestro, e tu hai tutto imparato ciò che l'uomo può imparare dall'uomo. Qual colpa ci ho io, se questi dannati italiani, per primeggiare nel regno dell'arte, hanno ricorso alle ispirazioni del diavolo ed agli obbrobri della magia?..."

Franz fissò gli occhi nel vecchio maestro con espressione sinistra: quello sguardo parea dire: "Ebbene! A che mai tanti scrupoli?... pur di elevarmi a tanta potenza nell'arte, ed io pure mi darei al diavolo, anima e corpo!"

Samuele indovinò quell'atroce pensiero, e riprese la parola con calma simulata: "Tu conosci la storia miseranda del celebre Tartini. Egli morì in una notte di sabato, strangolato dal suo demonio familiare che gli aveva insegnato la maniera di dare anima al violino, incorporando in esso lo spirito di una vergine. Paganini ha fatto di più. Paganini, per comunicare al proprio istromento i gemiti, i gridi desolati, le note più strazianti della voce umana, si è fatto assassino dell'uomo che più gli era affezionato sulla terra, e coi visceri della sua vittima ha composto le quattro corde del suo violino fatato. Eccoti il segreto di quel fascino, di quella potenza irresistibile di suoni, che tu, mio povero Franz, non potresti mai uguagliare, se prima..."

E il vecchio troncò a mezzo la frase.

La sua voce era paralizzata da uno sgomento misterioso.

Franz, abbassando gli occhi, uscì dopo alcuni minuti in questa domanda: "E tu credi, Samuele, che arriverei anch'io ad ottenere gli effetti inauditi, a suscitare gli entusiasmi di Paganini, qualora le corde del mio istromento fossero composte di fibra umana?"

"Pur troppo!", esclamò il maestro con singolare espressione, "ma per ottenere l'intento, non basta che le corde siano composte di fibra umana; è necessario che questa fibra abbia parte di un corpo simpatico. Tartini comunicò la vita al proprio violino, introducendo in esso l'anima di una vergine, ma quella vergine era morte di amore per lui; e il satanico artista, assistendola nelle ultime agonie, a mezzo di una cannuccia, avea fatto passare nello istromento lo spirito della moribonda.

Quanto a Paganini, t'ho già detto che egli assassinò il migliore dei suoi amici, la persona che più gli era legata di benevolenza, e la assassinò per strappargli le viscere e per convertirle in altrettante corde da suono."

"Oh! la voce umana! Il miracolo della voce umana!", proseguì Samuele dopo un breve silenzio. "Credi tu dunque, mio povero Frantz, che io non ti avrei insegnato a produrla, se questa si potesse ottenere coi mezzi dell'arte, di quell'arte nobile e santa che vuol vivere di se stessa, che vuol risplendere della propria luce, che disdegna le bassezze e le ciurmerie, che ha in orrore i delitti?"

Franz non ebbe forza di proferire un accenno. Si levò in piedi con pacatezza sinistra che rivelava la più profonda agitazione, prese in mano il violino, fissò nelle corde un'occhiata sprezzante e minacciosa e poi, afferratele con impeto convulso, le strappò dallo istrumento.

Il vecchio Samuele mandò un grido. Le corde ridotte a gomitolo erano state lanciate nella brage del caminetto, e quivi si contorcevano stridendo, come al contatto del fuoco un gruppo di serpenti assiderati.

Samuele tolse dalla tavola un candeliere, e si avviò alla sua camera da letto senza salutare l'allievo.

Passarono settimane, passarono mesi. Una cupa malinconia si era impossessata di Franz. Il violino, vedovo delle corde, pendeva dalla parete, polveroso e negletto. Samuele e Franz pranzavano insieme ogni giorno e ogni sera stavano assisi l'uno di fronte all'altro, nel medesimo salottino, ma l'uno non osava rivolgere all'altro la parola; si guardavano in silenzio come due muti.

Dal momento che il violino non ebbe più corde, anche quei due esseri animati parvero smarrire l'uso della favella.

"è tempo che ciò finisca!", esclamò finalmente il vecchio Samuele.

E quella sera, prima di ritirarsi nella camera da letto, si accostò all'amico per imprimergli un bacio sulla fronte. Franz si riscosse dal suo letargo, e ripeté meccanicamente le parole del maestro "è tempo che ciò finisca!"

Si separarono e ciascuno andò a coricarsi.

All'indomani quando Franz aperse gli occhi alla luce del giorno, si meravigliò di non trovare vicino al suo letto il vecchio maestro che era solito levarsi prima di lui.

"Samuele mio buono... mio ottimo Samuele!" gridò Franz balzando dalle coltri per slanciarsi nella camera del maestro.

Franz fu atterrito dalla propria voce, ma più ancora dal silenzio lugubre che a quella rispose.

Presso al letto dei cadaveri e nel vano delle tombe, il silenzio acquista un'intensità misteriosa che colpisce l'anima di terrore.

La severa testa di Samuele giaceva irrigidita sul capezzale; i contorni salienti di quella testa erano una fronte calva sfolgorante di luce e una barba grigia acuminata che pareva erigersi al cielo.

Alla vista di quel cadavere, Franz provò una scossa terribile, ma la natura dell'uomo e la natura dell'artista si risentirono in lui ad un medesimo tempo, e in quella lotta di sentimenti, il dolore rimase ben tosto paralizzato.

Le passioni dell'artista prevalsero sui più teneri istinti dell'uomo, e li soffocarono.

Una lettera all'indirizzo di Franz giaceva sulla tavola da notte. Il violinista l'aperse tremando: 

"Mio caro Franz, al momento in cui leggerai questo scritto, avrò compiuto il più grande e l'ultimo sacrifizio che io, tuo maestro e tuo unico amico, poteva fare per la tua gloria. La persona, che al mondo ti amava sopra ogni altro, non è più che un corpo insensibile: del tuo vecchio maestro non rimane oggimai a te dinanzi che la materia organica impassibile. Io non ti suggerirò ciò che ti resta da fare. Non lasciarti atterrire da scrupoli vani o da stolte superstizioni. Io ti immolo il mio cadavere perché tu abbia da usarne per la tua gloria: ti macchieresti della più nera ingratitudine rendendo vano il mio sacrificio. Quando tu avrai ridonate le corde al tuo violino; quando queste corde si comporranno della mia fibra, e avranno la voce, il gemito, il pianto del mio fervido amore, allora, o Franz, non temere di nessuno, allora prendi il tuo istrumento, mettiti sulle orme dell'uomo che ci ha fatto tanto male, presentati nel campo dov'egli superbamente ha potuto imperare fino a questo giorno, gettagli in volto il tuo guanto di sfida! Oh! Sentirai come la nota di amore uscirà potente dal tuo violino, quando tu, accarezzando le corde, ti sovverrai che d'esse furono parte del tuo vecchio maestro, che ora ti bacia per l'ultima volta e ti benedice."

Due lagrime sgorgarono dagli occhi di Franz, ma tosto parvero essiccarsi per effetto di una vampa latente. Le pupille del fantastico suonatore, fisse nel morto, lampeggiarono come quelle della strige.

La nostra penna rifugge dal descrivere ciò che accadde in quella stanza di morte, dacché i medici ebbero praticata l'autopsia del cadavere. A noi basti accennare che le ultime volontà dell'eroico Samuele vennero compiute, che Franz non esitò punto a procacciarsi le corde fatali onde egli sperava dar anima al suo violino.

Quelle corde, di là a quindici giorni, erano distese sullo stromento. 

Franz non osava guardarle. Una sera volle provare a suonare, ma l'arco gli tremava nella mano come lama di stocco nel pugno di un assassino esordiente.

"Non importa!" esclamò Franz, rinserrando il violino nella cassetta "questi sciocchi terrori spariranno quando io mi troverò in presenza del mio potente rivale. La volontà del mio povero Samuele vuol essere compita... sarà un grande trionfo per me e per lui... se riuscirò ad uguagliare... a superare Paganini!"

Ma il celebre violinista non era più a Parigi. A quell'epoca Paganini dava al teatro di Gand una serie di concerti.

Una sera, mentre il diabolico artista sedeva a mensa circondato da una eletta compagnia di musicisti, Franz entrò nella sala d'albergo, e muovendo all'indirizzo di Paganini, senza dir motto, gli consegnò un biglietto da visita.

Paganini lesse; lanciò sullo sconosciuto una di quelle occhiate fulminee cui l'occhio più temerario non può sostenere, ma vedendo che l'altro teneva fermo e pareva a sua volta sfidarlo colla impossibilità dello sguardo: "Signore", gli disse con voce secca, "i vostri desideri saranno esauditi".

E Franz, salutando cortesemente i convitati, uscì dalla sala.

Due giorni dopo, nella città di Gand era esposto un avviso che annunziava l'ultimo concerto di Paganini.

Nelle ultime linee del programma, stampato a lettere cubitali, spiccava una nota singolare che eccitava in sommo grado la pubblica curiosità, ed era oggetto di mille commenti!

In detta sera, diceva la nota, si produrrà per la prima volta l'egregio violinista alemanno signor Franz, il quale si è recato espressamente a Gand per gettare il guanto di sfida all'illustre Paganini, dichiarandosi pronto a competere con lui nella esecuzione dei pezzi più difficili.

Avendo l'illustre Paganini accettata la sfida, il signor Franz dovrà eseguire, in confronto all'insuperato violinista, la famosa Fantasia-Capriccio che si intitola "Le Streghe".

L'effetto di quell'annunzio fu magnetico. Paganini, che in mezzo alle agitazioni ed ai trionfi, non perdeva mai d'occhio il punto luminoso della speculazione, credette bene, per quella occasione, di rincarare del doppio il prezzo dei biglietti. è inutile dire ch'egli aveva calcolato perfettamente. 

Tutta la città di Gand, quella sera, parve riversarsi in teatro.

All'ora terribile del cimento, Franz si recò nella sala del ridotto, dove Paganini lo aveva preceduto.

"Bravo figliolo! avete fatto bene ad anticipare la vostra venuta", disse Paganini, "sarà bene che noi invertiamo l'ordine del programma. Mi preme di sbrigare questa faccenda, per non essere disturbato nella esecuzione degli altri miei pezzi. Siete voi pronto?"

"Io sono ai vostri ordini", rispose Franz pacatamente.

Paganini fece alzare il sipario e tosto si presentò al proscenio fra un uragano di applausi e di grida frenetiche.

Non mai l'artista italiano, nell'eseguire quella diabolica composizione che si intitola "Le Streghe", aveva rivelato una potenza così diabolica. Le corde del violino, sotto la pressione delle falangi scarnate, si contorcevano come viscere palpitanti; l'occhio satanico del violinista evocava l'inferno dalle cavità misteriose del suo istromento.

I suoni prendevano forma, e, intorno a quel mago dell'arte, parevano danzare oscenamente delle figure fantastiche. Nel vuoto del palcoscenico una inesplicabile fantasmagoria formata dalle vibrazioni sonore rappresentava le orge invereconde e gli osceni connubi del Sabba.

Quando Paganini poté finalmente ritirarsi dalla scena, ove ad ogni tratto lo richiamavano le strepitose acclamazioni del pubblico, nella sala del ridotto incontrò Franz che aveva finito di accordare il violino, e già muoveva per slanciarsi nell'arringo.

Paganini rimase stupito nel mirare l'impassibilità del suo competitore, e l'aria di sicurezza che gli brillava nel volto.

Franz si avanzò verso il proscenio, accolto da un silenzio glaciale. Soggiogati dal fascino di Paganini, gli spettatori guardavano il nuovo arrivato come si guarda un povero ebete, che affronta un assurdo cimento.

Nullameno, alle prime arcate di Franz, l'attenzione degli spettatori si fece vivissima.

Franz era un esecutore abilissimo, uno di quegli esecutori pei quali la difficoltà non esiste. Il vecchio Samuele non aveva mentito il giorno in cui gli aveva detto: "Io ti ho insegnato tutto ciò che si può insegnare, e tu hai imparato tutto quello che si può apprendere."

Ma ciò che Franz aveva sognato di ottenere per effetto delle corde simpatiche; il gemito della passione, il grido straziante dell'agonia, il ruggito della foresta e l'ululo dei dannati, ciò che il vecchio Samuele avrebbe voluto comunicare al suo allievo ed amico, immolandogli se stesso e dotando di corde umane lo strumento di lui, tutto questo edifizio di illusioni, di speranze, che nell'anima dell'artista alemanno si erano tramutate in fede sicura, tutto svanì in un istante.

Sotto il colpo di un terribile disinganno, Franz smarrì il coraggio e le forze… invocò sommessamente il nome del defunto maestro, lo pregò… lo maledì nel segreto dell'anima sua, lo gridò traditore, scellerato.

Poi, stanco della prova, disperato dell'esito, strappò dal violino le corde fatali; le gettò al suolo, e si fece a calpestarle con rabbia feroce.

"è pazzo! è pazzo! fermatelo... soccorretelo!", gridarono cento voci dalla platea.

Franz si allontanò dal proscenio, ed entrato precipitosamente nelle quinte, andò a prostrarsi ai piedi di Paganini.

"Perdono! mille volte perdono!", gridò Franz con accento disperato, "io aveva creduto... io aveva sperato..."

Paganini stese le braccia a quel povero sconfitto; lo sollevò da terra, e, abbracciandolo come un fratello, gli disse: "Tu hai suonato divinamente... tu sei un grande artista... ciò che ti manca..."

"Oh! so ben io ciò che mi manca", esclamò Franz singhiozzando, "ma il vecchio Samuele mi ha tradito!..."

E Franz narrò a Paganini l'istoria delle corde umane, esponendogli ingenuamente le illusioni a cui si era affidato.

"Povero Franz", esclamò il violinista italiano con sarcastica pietà, "tu hai dimenticato una circostanza per la quale le corde del tuo violino non potevano competere colle mie nella vivacità, nel calore, nell'impeto della passione... Non hai tu detto che il tuo vecchio maestro era tedesco?"

"Senza dubbio, egli era tedesco come io lo sono..."

"Ebbene: ecco appunto la circostanza sfavorevole", proseguì Paganini, battendo sulla spalla del povero Franz.

"Un'altra volta quando vorrai comunicare al tuo violino l'anima, il fuoco, la passione, la vivacità che io possiedo, fa che le tue corde siano composte di fibra italiana."

E soggiunse sottovoce: "E fa anche di procacciarti, se lo puoi, un'anima da italiano."


Nota di Lunaria: vedi anche https://intervistemetal.blogspot.com/2022/02/linquietante-leggenda-gitana-del-violino.html


"Il Teschio" (Super Junior Horror)

Per distogliere la mente dai problemi familiari Anna decide di riorganizzare l'Osservatorio, la sede del Corpo dei Volontari che si prodiga per salvare le vittime dei naufragi.

Ma nella polvere che ricopre i resti di antichi naufragi compaiono inquietanti messaggi, seguiti da una serie di fenomeni a dir poco inspiegabili.

Perché - come Anne non ci mette molto a scoprire - nelle stanze dell'Osservatorio si aggirano spiriti di marinai da lungo tempo defunti, ma che non possono (o non vogliono) trovare pace.

Per giunta, quando la ragazza pensa che la persecuzione sia finalmente conclusa, tutto ricomincia daccapo.

E intanto, da dietro le sue finestre buie simili ad orbite vuote, l'Osservatorio non la perde d'occhio...



L'Araldica spiegata in sintesi

Info tratte da

Per distinguere i cavalieri l'uno dall'altro, nel Medioevo, si cominciò a mettere pezzi di stoffa colorata in cima alle lance a cui più tardi si aggiunsero segni distintivi: ecco come nacquero gli stemmi!

Da allora, gli scudi si ornarono di disegni colorati per mostrare a quale famiglia si apparteneva, per quale sovrano o causa ci si batteva.

Anche artigiani, commercianti e corporazioni inventarono i loro stemmi.

Per evitare di riprodurre stemmi già esistenti, fu necessario elencarli: gli araldi, nei loro registri (detti armoriali) iniziarono a catalogare i blasoni.

Prima di ogni battaglia, i cavalieri erano informati sulle insegne effigiate sui drappi, bandiere ed elmi: nacque così l'Araldica, la scienza degli stemmi.

La storia dell'Araldica si può suddividere in:

1) primo periodo: origine delle armi, da Enrico l'Uccellatore alla I crociata

2) Secondo periodo: periodo delle crociate, dall'XI al XIII secolo

3) Terzo periodo: periodo delle Fazioni, dal XIII al XVI secolo

4) Quarto periodo, periodo moderno, dal XVI al XVIII secolo

5) Quinto periodo: periodo contemporaneo.

Lo scudo fu il primo supporto sul quale disegnare le figure dello stemma; la forma leggermente a mandorla servì come base per creare gli stemmi.

Il termine blasone indica la descrizione araldica, ma talvolta era usato come sinonimo di stemma insieme ad arma.

Dall'originaria forma a scudo si passò a diverse altre forme: di forma ovale, quadrato e forme più complesse…

Qui potete vederne diversi (non sapendo se le immagini sono soggette al copyright, vi riporto solo il link: https://s214796.blogspot.com/2016/11/step-10-emblemi.html )

Nel linguaggio araldico, smalto significa colore.

I colori impiegati sono sette: rosso, azzurro, nero, verde, porpora, arancio e marrone; a questi colori vennero associati alcuni sentimenti e valori umani, oltre che la pietra corrispondente.

Rosso = rubino (amore)

Azzurro = zaffiro (lealtà)

Nero = diamante (tristezza)

Verde = smeraldo (gioia, salute, speranza)

Porpora = sovranità 

Agli smalti si aggiungono i metalli: oro (giallo) e argento (bianco).

Le "pellicce" sono la rappresentazione grafica della pelliccia di ermellino e vaio, che venivano usati per foderare i mantelli dei sovrani.

L'ermellino è un piccolo carnivoro il cui pelo diventa bianco in inverno: solo la coda resta nera; nel Medioevo era simbolo di purezza e sullo stemma si riproducono le sue codine, intervallate con regolarità.

Il vaio, esteticamente, ricreava l'effetto di una campanella, e così viene rappresentato sullo stemma.

Il vaio è sempre rappresentato da campane azzurre su fondo argento (bianco); se è composto da altri colori si dice "vaiato".

Per spartire i colori si divide lo scudo in partizioni, sempre in numero pari e parti uguali: le principali partizioni si chiamano troncato, partito, trinciato, tagliato, inquartato in croce di Sant'Andrea o gheronato.

Le pezze sono figure geometriche che appaiono in numero dispari e servono a suddividere lo scudo: sono a forma di bande, sbarre, croci, punte, bordure e in origine erano strisce di stoffa applicate sugli scudi.

Lo stemma può anche "mettersi" il drappo, il cappello, la corona, l'elmo, i lambrecchini svolazzanti (pezzi di stoffa che i cavalieri fissavano all'elmo per proteggere la nuca dal sole).

A volte vengono disegnati un manto (una cappa foderata) o un tendone  detto "padiglione", e ricorda le tende installate sui campi durante le guerre; questi ornamenti a volte sono foderati di ermellino e appesi ad una corona.

La "divisa" riporta un breve motto.

Le figure sono gli elementi non geometrici: animali, vegetali, architetture, paesaggi, utensili (anche armi), lune… i soggetti più frequenti sono il leone (il coraggio) e l'aquila anche con due teste, detta bicipite (forza e sovranità); la croce, emblema di cristianità, il giglio simbolo della Madonna.

Nel XV secolo lo scudo era incorniciato con personaggi (detti "tenenti") o animali ("supporti")

Se gli animali appaiono con gli artigli e la lingua si usano i termini "armato", "imbeccato", "linguato" e "lampassato" (con lingua di fuori, ma solo per l'aquila, tra gli uccelli) per descriverli.

Il merlotto, rappresentato senza zampe e becco, indica una ferita ricevuta sul campo di battaglia: quando è in rosso segnala un nemico ucciso.

La civetta indica la prudenza e la saggezza; il gallo il coraggio, il falcone la dominazione, l'anatra i viaggi, il cigno la sincerità, la colomba la pace, la cornacchia l'ospitalità e il condor il potere che domina.

I pesci sono rappresentati in orizzontale o drizzati sulla coda: rimandano al sapere e alla giustizia; le conchiglie ricordano i pellegrinaggi e i viaggi oltremare.

I serpenti erano molto rappresentati e rimandavano alla prudenza; anche lucertole e rospi trovano posto nell'araldica, per rappresentare il male, essendo associati alla stregoneria.

La salamandra, animale fantastico, un tempo era ritenuto capace di vivere nel fuoco.

Altri animali leggendari sono il grifone (metà leone e metà aquila), l'ippogrifo (dalla testa d'aquila e corpo di cavallo alato), il basilisco (drago con testa di gallo, draghi, liocorni e sirene.

Quando è rappresentato, l'uomo si mostra con una parte del suo corpo: mano (aperta = autorità, chiusa = segreto), testa, occhio o cuore.

Nel Medioevo le piante non erano molto presenti sugli stemmi; solo in tempi recenti troviamo alberi, foglie, rose, frutti, trifogli, spighe sugli stemmi.

In particolare, il fascio di spighe rimanda alla fertilità, la rosa al segreto, il loto alla bellezza, il pomo d'oro all'immortalità.

In araldica, la torre merlata indica una roccaforte: colui che porta una torre sullo scudo vuol dire che ha ben difeso una fortezza;

una serie di torri su uno stemma municipale indica che in quella città esisteva o esiste un castello (Nota di Lunaria: è il caso di Castellanza)

Inoltre: la finestra rimanda alla ricettività, la pagoda all'ascensione spirituale, il ponte al passaggio dalla vita alla morte dell'umano al divino, la porta il passaggio fra due stati e la tomba è il punto di partenza verso l'altro mondo.

Gli stemmi "parlanti" sono come dei rebus: contengono delle figure che formano il nome della casata.

Durante i tornei, gli elmi dei cavalieri erano decorati da piume, corna, rami, animali e ornamenti. Queste decorazioni erano dette "cimieri" e dovevano figurare sugli armoriali. 

Quando una corona sormonta lo scudo si chiama "timbro"

Anche gli ecclesiastici usavano stemmi: il papa aggiunse la tiara a tre corone e le chiavi ("di San Pietro", le chiavi del regno dei cieli), gli arcivescovi aggiungevano un cappello da prete con cordoni e nappe: più nappe vi erano, maggiore era il rango.

Per descrivere uno stemma si usa il linguaggio antico del Medioevo.

Qualche esempio: se uno scudo è solo di un colore si dirà "[colore] pieno": "di giallo pieno, d'arancio pieno" ecc.

Il campo è la superficie dello scudo, il colore del fondo.

Uno scudo con bande bianche e azzurre alternate in numero pari si dirà "Bandato d'azzurro e d'argento"

Quando si guarda uno stemma, la parte sinistra è chiamata "destra" mentre la parte destra sarà "sinistra": nella sua descrizione si sono adottate come destra e sinistra quelle di chi lo porta, non di chi lo vede.

Nel passato gli stemmi ornavano le facciate dei palazzi, monumenti... e tutto questo aiuta a collocare nel tempo un personaggio o un edificio.











Etimologia di Lozza

Info tratte da

Lozza, che dista 6 km da Varese, è dislocata in tre punti allacciati nel triangolo Lozza inferiore, Lozza superiore e Marcolina. Nei pressi della Marcolina esisteva l'osteria dei nobili Castiglioni, conosciuta come Mercurina, perché sacra a Mercurio, protettore dei viandanti.

Da qui l'uso delle erme, le pietre quadrate sormontate da una testa o due, addossate, che si collocavano nei crocicchi o nelle vie principali, in omaggio alle divinità o per indicazioni delle strade ai viandanti. 

Lozza ha poco più di mille abitanti e le case sono disseminate sulle pendici di un colle.

Tale disposizione consentiva, in passato, l'avvistamento dei nemici: per questo Lozza era posta in una collocazione strategica importante.

Lozza nel latino ecclesiastico suonava "Lotia" ed è forse da accomunare alle parole lombarde di origine celtica: lossa, slossa: il termine indicava la melma mista di fogliame e di seccume ammucchiati presso i ciglioni dei campi e specialmente nelle lupe, le fossette verso la strada, dove dalla via stessa e dai campi scolavano le sostanze letaminacee che erano usate come concime.

Siamo nel campo delle ipotesi, ovviamente; ma l'analogia consente di integrare la supposizione: "lozza" o "lotza" trova riscontro nelle radici "leu", greco "lu-ma" per "sudiciume, contaminazione" e "lu-tro-n" per contaminazione; in latino "lu-tu-m", "fango" e nelle voci "lod" usata dal dialetto celtico della Caledonia, nell'alta Scozia. "Lued" e "luth" della Cornovaglia per indicare il fango mentre in Canton Ticino "slozz" significa fradicio d'acqua; "lozzu", in Corso, "melma, fondaccio dell'olio"; vedi analogia con Lodi "città fondata in terra acquitrinosa".

Perciò queste ipotesi sembrano verosimili per Lozza, se si tiene conto della sua natura geografica e delle abitudini dei Celti; la fascia collinare compresa tra Malnate, Vedano Olona e Lozza è sottoposta da secoli ad una lenta azione di corrosione da parte delle acque che anticamente formavano un ghiacciaio, come sarebbe confermato dalle colline moreniche sulle quali sorge il paese, mentre nelle vallate circostanti, ritiratosi il ghiacciaio, rimase il lago.


 

Ravenna (e dintorni): belle foto vintage

Info tratte da

Fuori di Porta Serrata era subito campagna: una campagna aspra e deserta senza alberi e case ove l'occhio posasse, dentro il polverio di sole che affocava le larghe infinite nel mezzogiorno estivo o nella triste bruma invernale.

Ma al limite di questa terra desolata vi era la cornice impenetrabile del bosco, pini e quercie e ginepri, macchie di verdi diversi cupi o dorati. E al di là del bosco e già preannunciato dalle lame argentee di fiumi e canali era il mare e il suo respiro vasto eterno.

E a penetrare il bosco e a scoprire tre le reti dei canali e dei fiumi l'alternarsi di brughiere e di acquitrini, di valli celate dalle canne, di argini e dune improvvisi specchi lucenti: ecco il lungo lavoro, l'espandersi e il ritrarsi del gran fiume, la sua vita palpitante nei secoli entro l'ampia cerchia della sua foce ritesse nelle memoria ancestrale la storia di una città che viene dalle acque e dal mare.

"Questa città tra le paludi e il mare e tra le foci del Po, si apre attraverso un solo accesso... Nel cuore del regno Romano, si leva sulle rive dello Jonio ed è chiusa dal ritmico succedersi delle maree.

Ad oriente ha il mare: chi vi fa rotta lineare da Corcira e dalla Grecia vede prima l'Epiro, poi la Dalmazia, la Liburnia e l'Istria e infine col suo remo quasi rade Venezia.

A occidente è limitata da paludi, attraversate da un solo passaggio strettissimo lasciatole quasi come porta.

Nella plaga settentrionale corre quel ramo del Po chiamato Fossa di Ascone; e a mezzogiorno ancora il Po re dei fiumi, chiamato anche Eridano, che con la settima parte delle sue acque passa per Ravenna; e alla foce offrì un tempo e un porto stupendo, sicuro rifugio a una flotta di 250 navi.

Oggi, dov'era il porto s'aprono ampi giardini pieni d'alberi: dai quali invece di vele pendono pomi..."

Il goto Jordanes vede così nella matrice fluviale ed equorea il sito e la condizione di Ravenna.

E Teodorico, il re ostrogoto, volle la sua tomba in vista delle acque e della pineta donde era giunto:

RAVENNA…

Sepolcro di violenti custodito

da terribili sguardi,

cupa carena grave d'un incarco

imperiale…

…spunta dal naufragio

ai confini del mondo

sopra la riva estrema

Poi è silenzio. Ma ancora, nella memoria corrusca delle testimonianze, intatte entro la tomba dei secoli, e nello scenario che ancora s'accende di trepide luci o fosche sulle rive e nel bosco, il poeta 

"ascolterà nel tuo profondo

sepolcro il Mare, cui 'l Tempo rapì quel lito

che da lui t'allontana..."

E, quasi lamento sulla dissoluzione di un ambiente fisico che parve generare quello splendore e quel destino di morte,

"ascolterà il grido

dello sparviere, e il rombo

della procella, ed ogni disperato

gemito della selva..."

Il fiume, il mare e la pineta sembrano definire nei secoli la terra e la sua storia e raccogliere la gente che vi abita o che vi giunge, contenere ed isolare le vicende e le passioni, circondare di silenzio la lucida estesi di Pietro Damiano, il canto di Dante, i fantasmi cortesi di Nastagio e del Boccaccio, l'altera giovinezza di Foix, l'ansia fremente di Byron, il coraggio e la pietà di Garibaldi, la costanza rabbiosa e il sacrificio e la lotta dei partigiani di Bulow.

La campagna a occidente di Ravenna che si stende ordinata e ridente come un immenso giardino e si solleva sui colli lungo le vallate del Savio, del Ronco, del Lamone e del Senio fino a toccare la terra toscana; ed è tutta costellata di pievi e di rocche attorno a cui si sono coagulate le genti dei campi e sono sorti paesi e città, legati a un diverso clima, a una natura meno avara, aperti a contatti più vari attraverso la rete di strade affluenti al lungo corso della via Emilia.

Quella campagna, quelle terre che servano insieme il frutto di una più gratificante fatica e la tradizione di una civiltà più gentile.

La via Emilia, come un altro e diverso e diversamente ricco fiume che delimita a occidente la terra di Romagna e la lega ad altre regioni e genti e culture ha costituito la componente, in età diverse, romana e longobarda e franca, che è venuta ad incontrare e a integrare la componente lagunare.

Da queste terre, di così diversa e contrastante natura fisica e vocazione culturale, è sorta nella sua unità varia la Romagna.

E se a Ravenna resta il retaggio opulento dell'Oriente, lo splendore di Bisanzio e un qualche apporto dell'eleganza gentile di Venezia, nelle valli del Senio e del Lamone e del Ronco, dai colli di Casola, di Brisighella, di Castrocaro e più giù nella città che s'attestano sull'Emilia è presente, nelle pietre e nelle vie, la nobile misura toscana congiunta con in solido vigore bolognese.

Ogni vallata, ogni città ha il suo colore che s'è fissato nei secoli e ha dato impronta alla gente e ai costumi.

V'è uno scambio perenne tra i luoghi - ambiente fisico - e la società: che concreta l'identità degli uni e dell'altra; ed è la ragione remota e profonda dei caratteri esteriori e di quelli culturali.

Il richiamo al grande fiume oltre il mare, come, per altre plaghe, alla collina e alle campagne, non è solo una suggestione letteraria.

La verifica è posta tutt'ora nei caratteri ambientali e nelle tempre diverse degli uomini.

E resta - necessariamente - senza assurde graduatorie di valori.