Tibet (3) Il culto della Montagna Kailash

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"Al monte Kailash! Il nome riecheggia giù nella valle come un segreto violato. Il contadino non lo sente. è il suono di un luogo solo immaginato o disperatamente lontano. E così appare ancora, in Occidente. Il monte più sacro del pianeta resta celato sul suo altopiano come una pia illusione. Esso permeava i primi testi sacri induisti nelle sembianze del mistico monte Meru, innalzandosi per un numero incommensurabile di miglia fino al palazzo di Brahma, il più grande e remoto degli Dei. Dai suoi piedi fluiscono i quattro grandi fiumi che alimentano il mondo e tutte le cose - alberi, rocce, uomini - trovano qui il loro modello."

"Intorno a me nella valle del Karnali, niente disturba ancora questi sogni. Il Gange neonato precipita e scroscia da un crepaccio.


Ganga, la Dea del Gange

Il Kailash si trova in un terreno più aspro di questo, spogliato da ogni cosa fuorché dalla venerazione. Esso entra nella storia già animato da secoli di divinità sovrapposte. Intorno a un millennio fa, gli Dei pagani che dimoravano sul monte vennero convertiti al buddhismo e ne divennero i protettori. "


"Il monte è avvolto da un'aura di mistero così densa e mutevole da eludere la semplice descrizione. Fu su una vetta del genere che i primi re tibetani discesero dal cielo. Gli induisti credono che la cima sia il palazzo di Shiva, il quale siede lì in una meditazione eterna.



"Sono gli induisti a tributare al lago la venerazione più profonda. La maggior parte di essi tuttavia ha rinunciato da tempo al parikrama, il loro giro rituale. Gli induisti preferiscono cercare la liberazione finale nel Kailash, la dimora di Shiva, dal momento che il culto di quest'ultimo li conduce, attraverso le reincarnazioni, alla pace eterna. Ma si bagnano ancora con fervore nelle acque basse del lago per purificarsi dai peccati commessi nelle vite passate."


"Le cosiddette divinità adirate insinuano il terrore nel pantheon tibetano. Esse infestano ogni tempio come un mondo di ombre feroci. 



Alcune sono spiriti terreni con poteri specialistici e chiedono un tributo; altre sono state cooptate come guardiani della legge buddhista. Ma più importanti sono gli alter ego di Bodhissatva benevoli che assumono forme tremende per combattere il male  e l'ignoranza. (...) Sfoggiano ossa umane a mo' di gioielli e spalancano la bocca mostrando lingue simili a fiamme e file di perfide zanne ferine appuntite. Alcuni sono uniti alle loro consorti, divenute malvagie e asessuate.

L'interpretazione di questi mostri è controversa. Tradizionalmente si dice che essi siano l'eco di forze astratte allo stesso modo dei loro corrispettivi placidi e che siano in grado di liberare coloro che comprendono la loro verità. (...) Altri studiosi credono invece che questi Dei rovesciati siano reazioni psichiche a un paesaggio aspro e a un clima rigido, mentre secondo altri ancora si tratterebbe di residui sciamanici di un Tibet più antico, ancora vendicativo e non assimilato. Il numero e la potenza di tali divinità riecheggia nella vita quotidiana del Tibet, infestata di demoni. Ma le origini della più formidabile di tutte non si trova affatto qui bensì nelle calde pianure e nei testi tantrici dell'India. Lo stesso Shiva che medita in eterno sulla cima del monte Kailash ha la sua feroce immagine speculare nella propria consorte, Kali.



Nella buia valle di Dakshinkali, a sud di Kathmandu, alla confluenza di due fiumi sorge il tempio della Dea indù. Ogni sabato, centinaia di pellegrini serpeggiano lungo la gola boscosa per nutrirla. Soprattutto donne, splendenti nel loro migliori sari, portano noci di cocco spaccate in due, tageti e galetti con le zampe legate. Spesso conducono capre ignare della propria sorte, e addirittura bufali. Dalla valle salgono i rumori della celebrazione: grida e risate, frammenti di canti, clangore di campane. Religiosi appongono il tika di riso e pigmento rosso sulla fronte dei pellegrini, sulle terrazze guizzano i fuochi su cui si cuociono i cibi. Lungo la discesa mi ritrovo in coda a una lenta fila di pellegrini chiassosi, e sul fondo della valle scorgo un tempio aperto da cui scendono tendaggi color porpora, con una volta formata da quattro serpenti dorati.
Sulle prime penso che il rivestimento rosso sul bassorilievo di Kali sia un drappeggio mosso dal vento, ma poi mi accorgo che la scultura è grondante di sangue. In questa corte interna, dove i fedeli si accalcano spalla a spalla, i sacerdoti, con le vesti legate sulle cosce, ricevono con noncuranza i piatti coi tageti e i fiori d'ibisco mentre due macellai si occupano degli animali vivi. Sotto la Dea insanguinata, le capre crollano sgozzate da un coltello, e le teste dei galletti vengono fatte saltare come tappi di bottiglia.

Lajja Gauri in versione mestruata



Il volto scolpito ha solo due fessure al posto degli occhi e la bocca di una ragazzina viziata. Una testa mozzata di bufalo è posata ai suoi piedi a mo' di macabra incudine, mentre la carcassa è riversa a un metro di distanza. Un guardiano mi urla di togliermi le scarpe. I pavimenti di marmo sono un mare di sangue e frattaglie. Le donne flessuose vi camminano a piedi nudi come sacerdotesse. Campane sbatacchiano e tintinnano mentre esse girano intorno al tempio. Cani bastardi grigi dormono incuranti sulle mattonelle insanguinate.
La statua di Kali è una di quelle immagini primitive di straordinaria potenza per la loro muta inumanità. Tradizionalmente ha fattezze orribili, calpesta demoni ed è assetata di sangue. 



A Dakshinkali, la Dea accetta esclusivamente sacrifici di animali maschi non castrati. Solo Shiva può tenerla a freno. Nella pratica yoga, Shiva rappresenta la coscienza pura, inerte, e Kali rappresenta l'energia necessaria al Dio per creare.

In altre fattezze, Kali diviene una figura di trionfo cosmico, la divinità apportatrice di cambiamento che infine divora lo stesso tempo e torna alla tenebra originaria. Talvolta è descritta addirittura come bella.



Dalla grotta dell'eremita sopra il Manasarovar, vedo uno stormo di oche selvatiche volare silenziosamente ad altezza d'occhio verso est. Scendo di nuovo sul litorale, dove il Kailash  si erge privo di nubi a nord. Fluttuante sull'orizzonte d'acciaio del lago, il monte ha fatto da guida a generazioni di persone che hanno rinunciato alla vita mondana. Secondo i buddhisti ha un guardiano furioso, Demchog, che vive in un palazzo di ghiaccio sulla vetta. Esso è raffigurato come un demone violento con molte braccia e una corona di teschi, che brandisce un tridente e un tamburo, al quale è avvinghiata la consorte Phagmo. Non è un Dio della montagna indigeno, ma una variante tantrica di Shiva, e il suo mandala, completo di 62 Dee che lo assistono è il Kailash stesso. Dunque il Dio sfuma nella montagna e la montagna lo possiede. La forma del Kailash - un cono quasi perfetto che sbuca dalla nebbia - potrebbe avere attratto la venerazione in un'epoca di culti della fertilità primitivi, molto tempo prima delle invasioni ariane del 1500 a.c.
Testi sacri induisti posteriori ne paragonarono la cima a un pene tumescente o a un seno turgido. 


Meglio mettere una prova, prima che qualcuno, ignorante in antropologia religiosa, si scandalizzi:


Nota di Lunaria: nell'Induismo è frequente considerare le colline, i sassi, le grotte o le montagne come "corpo della Dea". Peraltro l'idea è stata scopiazzata anche dai cattolici: la loro "madonna nella cavità della roccia"



è scopiazzata dall'idea politeista di Dee delle rocce/montagne, con tutto che per i cattolici "maria" NON è una Dea (ma la serva sottomessa), anche se scopiazzano allegramente tutti i riferimenti politeisti... Avevamo già visto gli scopiazzamenti qui: http://intervistemetal.blogspot.it/2018/04/siria-2-litolatria-atargatis-astarte.html

Shiva, assorto in meditazione sulla sommità della montagna, conserva l'ombra del suo passato da ribelle.
è il signore della distruzione e della rigenerazione, patrono dei mistici e dei vagabondi. Ha il viso azzurro perché imbrattato della cenere dei morti. 



Danzando dà origine al mondo e poi lo distrugge di nuovo. Porta sia la speranza sia la devastazione del cambiamento. Solo lo yogin - che in trance immagina il proprio corpo unito con il monte Meru-Kailash attivandone le energie psichiche finché queste non lo fanno scivolare nella pace - può placare questa instabilità. Negli antichi testi sacri, Parvati, figlia di Himalaya, il Dio della montagna, scova Shiva e lo seduce nell'arco di migliaia di anni grazie alla sua devozione ascetica e alla sua bellezza immortale. 




Parvati diviene così la sua shakti, l'energia vitale, e il loro matrimonio sulla cima della montagna rappresenta l'unione del pensiero con la natura selvaggia. Ma Parvati è mutevole; talvolta prende il nome di Uma, "Pura Luce", altre volte è Kali, la terribile Dea.

Scuro sotto le pareti a strapiombo, contornato dalla giada opaca del ghiaccio che si ammorbidisce, al centro è ancora neve pura. I buddhisti lo chiamano il Lago della Misericordia. è lo specchio d'acqua in cui si bagnano le danzatrici celesti e la Dea Parvati, moglie di Shiva, che lo sedusse con le sue abluzioni. Solo a estate inoltrata i pellegrini più coraggiosi scendono fin lì per prelevare l'acqua e versarsela sul capo a mo' di gelido battesimo.

Qualunque fosse la divinità che l'abitava, l'idea di una "montagna del mondo" pervadeva l'Asia. Un'etimologia incerta collega il monte Meru addirittura agli antichi sumeri e agli ziqqurat di Babilonia.
I templi induisti erano progettati per emulare la configurazione mistica della montagna, essendo anch'essi la dimora degli Dei. Il grande tempio Kailasa a Ellora, dell'VIII secolo, scolpito nel basalto vivo, è intenzionalmente uno specchio del Meru, così come lo stupa buddhista di Sanchi, risalente al III secolo a.c.  

Prima di ripartire, Iswor, improvvisamente nervoso, vuole pregare Tara, custode del passo a 5600 metri d'altitudine che scaleremo l'indomani. Nel santuario principale, il corpo bianco della Dea è così inghirlandato di gioielli che perfino gli occhi che si aprono sulle mani e sui piedi sono ciechi (...) Un sentiero dal tracciato incerto che devia verso sud detto il Sentiero segreto delle Dakini, proibito ai comuni pellegrini, segue un torrentello in mezzo alle montagne. è una via più alta e breve che si ricongiunge alla nostra otto chilometri più avanti, pochi però si azzardano a percorrerla. Le danzatrici celesti sono al contempo fate benigne e protettrici della montagna. La loro presenza è antica, probabilmente prebuddhista. Esse conferiscono il potere di volare o di passare attraverso la roccia e insegnano il linguaggio degli uccelli, ma di colpo possono assumere forme ripugnanti, come il muso porcino che mi aveva scosso a Drira Phuk. Anche gli affioramenti rocciosi più lontani sono drappeggiati di bandiere, laddove impronte lasciate nella roccia dalle zampe del lupo di Gotsampa si palesano agli occhi della fede (...) I 21 lupi che svaniscono sono manifestazioni della Dea locale. Per i tibetani, questa divinità proteiforme è Dölma (Drölma), la Dea della liberazione. è Lei che perdona i peccati ai pellegrini, restituendoli puri al mondo sottostante. Nelle sembianze predilette di Tara Verde e Tara Bianca, le divinità della maternità e dell'azione, siede su un trono di loto e di luna e a volte tende una gamba, pronta ad agire. Ma il suo corpo può assumere tutti i colori dell'arcobaleno, e nelle sue ventuno diverse emanazioni (che nell'affresco sono quasi identiche) essa si diffonde in una multipla benevolenza e ha il potere di scendere all'inferno restando incolume. Soprattutto, Dölma è la Dea della misericordia, nata dalle lacrime di Avalokitesvara, il Bodhisattva della compassione, quando quest'ultimo pianse per l'impossibilità di confortare tutti gli esseri viventi. Basta invocare il suo nome, richiamare alla memoria il suo mandala, perché Lei arrivi a salvarci. La sua statua parla. è la Madre del popolo tibetano e ha agito nella storia terrena di quest'ultimo come pia regina o consorte. Anche i pellegrini analfabeti conoscono la sua supplica, che viene sussurrata alla roccia a lei dedicata coperta di preghiere davanti ai miei occhi.

Vi ricordate che avevamo già parlato di montagna?

http://intervistemetal.blogspot.it/2016/02/frentrum.html
Moltissimi popoli adoravano le montagne, e più in generale, i sassi.
Esistono moltissime leggende, anche a tinte horror, sulle montagne - Alpi, Appennini... - tempo permettendo riporterò qualcosa...
Del resto, le montagne ispirano moltissime band Black Metal, ma anche sulle copertine Power Metal spesso ci vedete vallate e montagne.
Insomma, montagne, caverne e vallate sono un argomento molto Metal ^_^